Essere Milik

Come fa, una canzone, ad entrare in perfetta simbiosi con il tuo stato d’animo attuale o, in senso più ampio, con la tua vita? Me lo stavo chiedendo. Me lo chiedevo mentre dalle mie cuffiette fuoriusciva una melodia intrisa di malinconia, litigi familiari e risse. Stop Crying your Heart Out degli Oasis, la canzone che forse riflette più di tutte quello che ha vissuto e sta vivendo Arkadiusz Milik.

Essere Milik è un titolo che nasconde una ragnatela quasi occulta di insidie. Non la vediamo, ma l’insidia è lì, dietro l’angolo, pronta ad assalire il coraggioso scrittore che s’inerpica in quest’avventura calcistico-narrativa pregna di incertezze, agonie, ma anche gioie. Però, preparatevi: non ci sarà spazio solamente per le gioie. La sfortuna e il destino beffardo sembrano abbondare, per ampi tratti.

Non sappiamo con esattezza se qualche geniaccio manovri con astuzia gli eventi con la stessa maniacalità attraverso cui Sarri ha portato il Napoli ad un gioco brillante, però qualcosa dev’essere successo. Fin dall’antica Grecia: Arkadiuz deriva dal greco Αρκάς, Arcade, figlio di Zeus e della ninfa Callisto. Ma Arcade ebbe il destino già segnato: inizialmente Era, presa da una sfuriata di gelosia, decise di trasformarlo in un orso. Successivamente Zeus tramutò lui e Callisto in costellazioni attorno al polo, esattamente nella zona che non tramonta mai alle nostre latitudini. Per proteggerlo, così pare.

Piccoli e, forse, inutili segnali. Ma segnali rimangono.

Perdizione

Nel processo di crescita di ogni calciatore – sin dai primi calci quindi – le disavventure familiari possono incidere in maniera determinante. Possono farlo anche e soprattutto ad un’età più avanzata, come nel caso di Adriano, talento collassato definitivamente dopo la perdita del padre.

Anche Milik ha dovuto perderlo, il padre, all’età di 6 anni. Nel lontano voivodato della Sesia, precisamente a Tychy, un ragazzino ferito e indifeso si divincolava fra tabacchini e negozi limitrofi per derubare le soddisfazioni portategli via dal terribile accaduto: non è una storia strappalacrime, simile a un Cuadrado per intenderci, una di quelle in cui si finisce con la materializzazione della classica retorica “il calcio gli ha salvato la vita”. In un certo verso assomiglia alla verità, fu Slawen “Moki” Mogilan a portarlo nelle giovanili del Katowice e a regolarizzarlo. Aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse a crescere, evitando la perdizione.

Da lì in poi crebbe e rimase in Polonia sino a 17 anni: arrivarono chiamate importanti, anche del Tottenham, ma non se la sentiva. Sarebbe stato controproducente forzare una crescita che, prima o poi, sarebbe stata conseguenza del lavoro quotidiano e dei colpi di talento non più casuali.

Colpi

“I colpi, i colpi!”

Ok, bisognava stemperare la tensione. Non sono quelli i colpi di cui parliamo, ma quelli che sfodera giorno dopo giorno, con la camiseta dei Lancieri che sembra meritare eccome: Milik mostra subito una buona elasticità tecnico-tattica che gli permette di inserirsi alla perfezione nello scacchiere di De Boer, il cyborg che ha trasformato Arkadiusz in un robot in grado di svolgere più mansioni nella singola partita. Con il polacco l’Ajax potè sfruttare l’ampiezza del campo in maniera totalizzante, e soprattutto disporre di un giocatore abile a coniugare il lavoro grezzo e operaio di manovra a quello realizzativo.

Milik è il prototipo della punta moderna.

Milik in azione con l'Ajax | numerosette.eu
Punta moderna ma soprattutto intelligente: bravissimo, in questo caso, a frapporsi tra palla e avversario, innescando così la dirompente accelerazione tra le linee di El Ghazi.

Fondamentalmente l’azione in sovrimpressione farebbe venire un colpo ai tifosi napoletani. Già, perché sono proprio loro a non aver potuto beneficiare al 100% di queste capacità aeree e non solo del polacco, che avrebbero reso il potenziale offensivo partenopeo decisamente variegato e imprevedibile.

Avete capito dove andiamo a parare.

Un mare di guai

L’avventura di Milik al Napoli sembra contorta come una regia di Quentin Tarantino. Ma se alla fine quella sarà un capolavoro, non è scontato che il polacco possa davvero tornare al top e al contempo dimostrare tutte le sue indubbie qualità.

Una cosa è certa: Milik aveva subito voglia di spaccare il mondo, a Napoli.

Come una iena.

All’esordio con la maglia del Napoli – amichevole contro il Monaco – fece intravedere una miscela interessante delle sue doti: ricezione del pallone all’altezza della metacampo e ripartenza veloce per scardinare le linee avversarie e al contempo creare superiorità numerica. Progressione da ala e break da mezzala/trequartista.

Trasparì fin da subito la netta percezione di aver tra le mani un giocatore completo, disponibile al sacrificio e perfettamente mobile, in linea con l’idea di centravanti e attacco alla porta di Maurizio Sarri: un attaccante statico alla Pavoletti – tralasciando fuorvianti paragoni qualitativi – non ha avuto la stessa resa. Le premesse erano buone. Milik, dal canto suo, ha una prerogativa fondamentale: stare bene fisicamente. Il suo gioco eclettico è notoriamente dispendioso, specie se poi Sarri gli richiede interscambiabilità tra gli interpreti offensivi e continui attacchi alla profondità, uno dei marchi di fabbrica di Milik.

Hamsik innesca Milik | numerosette.eu
Profondità, appunto. Hamsik la vede, Milik la attacca inserendosi nello spazio vuoto tra i due difensori clivensi.

Avventura profonda, in tutti i sensi, quella di Milik al Napoli. L’8 ottobre 2016 – esattamente 77 anni dopo l’annessione della Polonia Occidentale da parte della Germania – Arkadiusz si rompe il crociato in Nazionale.

In quel Polonia-Danimarca il tempo, per Milik, si è fermato.

Si è fermato, e ha avuto parecchia difficoltà a ripartire. Un tormento fisico e interiore che gli avrà forse ricordato i primi periodi successivi al lutto del padre: e qui ritorna con insistenza la voce di Liam Gallagher che intima al “farsi forza”, hold on. L’ho messa in riproduzione continua, naturalmente.

Non è stato facile, e non lo è tutt’ora: la ricaduta con la SPAL ha riaperto una ferita che sembrava ricucita, cicatrizzata, o comunque evitabile. Milik è tornato nel baratro.

Fino a domenica.

Unico

Essere Milik vuol dire, anche, essere unico.

Essere l’unica variabile offensiva in grado di capitalizzare occasioni spinose sfruttando la sua fisicità. L’unico che, forse, poteva cambiare le sorti di ambizioni che sembravano spezzarsi inesorabilmente come un castello di carte costruito da bambini: ci è voluto un lampo di Milik per renderlo architettonicamente solido, per alimentare un sogno troppo forte per essere represso e incastonato in qualche cassetto ammuffito chissà dove.

In pochi secondi, la stagione di Milik è cambiata. Da grande giocatore, l’occasione di cambiarla, se l’è costruita: non solo domenica. Già, perché al Mapei Stadium il suo ingresso ha rivitalizzato uno sterile e poco lucido pacchetto offensivo del Napoli, sfiorando un gol quasi epocale: la sua voglia di rivalsa si è infranta sulla traversa, ma le sensazioni che trasparivano da questo gesto infondevano fiducia in ottica futura.

E infatti, il polacco non si è fatto attendere siglando un gol fondamentale per sé e per il Napoli. L’ha decisa Diawara, eppure il pareggio di Milik pesa come un macigno.

Milik in gol contro il Chievo | numerosette.eu
Qui c’è tutto Milik: inserimento alle spalle dei due difensori clivensi – centrale e terzino sinistro – e colpo di testa ad incrociare. Da sottolineare anche la palla di Insigne: per certi aspetti, ricorda la tipica combinazione Insigne – Callejon, seppur i due sfruttino in maniera più totale l’ampiezza.

Ora il Napoli ha un fattore in più  per questo finale di campionato, un fattore unico che diversifica le cartucce da sparare per la compagine di Sarri: anche perché, diciamocelo, vi sono giocatori che necessitano di tirare leggermente il fiato. Su tutti Mertens, sceso in campo 42 volte su 43 totali in tutte le competizioni.

Essere Milik, ora, potrebbe dire essere determinante.

Milik sarà

Azzardare ipotesi sul futuro di Milik è davvero impossibile. “Ma è facile, s’infortunerà”, qualcuno potrebbe dire.

L’esperienza “spezzatino” del polacco a Napoli ha fatto intravedere antipasti sfiziosi, ma la sensazione tangibile è che non abbiamo ancora visto il piatto davvero forte: ottimo colpo di testa, movimenti coi tempi giusti, però difficilmente possiamo dire di conoscere e carpire la vera essenza del Milk napoletano.

Qel che sappiamo – o che comuque potremmo immaginare – è la famosa cazzimma che forse non gli avrebbe permesso di rialzare la testa e recuperare da crocifissioni fisiche devastanti.

Nel frattempo le voci di Liam e Noel si affievoliscono per l’ennesima volta, lasciando spazio ad un estasiante accompagnamento di chitarra. Si affievolisce sempre più, diventando sempre più docile, delicato, quasi come l’animo e il ginocchio di Milik. Ma comunque pungente.

Punge, e fa gol pesanti. Mise la firma nello storico 2-0 contro la Germania dopo 81 anni, mandando in totale estasi il Narodowy Stadium.

Ora, in estasi, ci va il San Paolo.

Essere Milik vuol dire anche questo, far esultare un popolo intero. E non mollare mai.

Milik Napoli | numerosette.eu
E se mettesse la firma per uno Scudetto che manca da 28 anni?

 

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