Essere Mata

La Castiglia è forse una delle regioni spagnole con il maggiore spessore storico e culturale. Culla della lingua moderna spagnola, teatro degli eventi di maggiore importanza nella storia della penisola iberica, contiene oltre il 60% del patrimonio artistico del paese, e non può essere un caso che Juan Mata sia nato proprio a Burgos, uno dei suoi principali centri urbani.

Il centrocampista dello United trasmette alla perfezione l’essenza castigliana sul rettangolo di gioco: un’intelligenza fuori dal comune, l’abilità di non apparire mai fuori luogo ed essere sempre semplice ma efficace per la propria squadra. Mata è un uomo di cultura che si applica alla perfezione al calcio: la sua carriera racconta di una grande mentalità prima che di un grande, e indiscutibile, talento che gli ha permesso di spiccare in un mondo di giganti con la sua non elevata statura.

Periodo blancos

Dopo un trascorso nelle Asturie, tra le fila della cantera del Real Oviedo, approda al Real Madrid. I Blancos non lo faranno mai giocare in prima squadra, ma la Castilla si rivela comunque un ottima vetrina per il suo talento in quanto lo abitua a giocare con altri giocatori di livello, preparandolo di fatto con anni di anticipo al mondo dei grandi. Le porte dei professionisti si aprono, infatti, nel 2007 quando il Valencia, società tanto imprevedibile quanto storicamente portata a lanciare giovani talenti, lo acquista per poco più di 1 milione di euro. Sotto l’ala dei pipistrelli gioca tanto e bene perché ha l’opportunità di esprimersi in un ambiente tutto sommato tranquillo in grado di essere comunque sempre competitivo: il suo talento cresce con la stessa naturalezza di un manto erboso in una giornata di pioggia.

La prima versione di Mata è in funzione del sistema tattico del Valencia di quegli anni, una squadra molto tecnica dove tutti devono saper palleggiare e inventare giocate all’occorrenza. Juan è quindi un esterno rapido nel pensiero più che nella corsa: parte sempre largo, ma nel corso della partita è di fatto un trequartista aggiunto, e insieme a Silva è il principale playmaker della squadra. A Valencia Mata è una delle tante perle di una collana preziosissima, che necessita però di un ulteriore lavorazione per raggiungere la totalità del proprio valore. Processo raggiungibile solo con le tappe successive del suo viaggio.

Mata, Silva e Villa al Valencia | Numerosette Magazine
Si sono viste squadre peggiori

Periodo blues

Valencia è inevitabilmente uno stage passeggero della sua carriera, perché un giocatore del genere fa gola a tante squadre soprattutto di campionati esteri intenti ad accrescere il proprio tasso tecnico. Da questo punto di vista, il Chelsea del 2011 di Villas-Boas è la destinazione perfetta, una squadra in costruzione e in mano a un giovane e ambizioso allenatore. Il portoghese, tuttavia, rimane sulla panchina dei blues fino a febbraio di quella stagione, ma riesce comunque a migliorare in qualche modo il gioco di Juan: nonostante quel Chelsea non riesca mai a decollare del tutto, Mata approfitta del sistema del suo nuovo allenatore per incrementare il ritmo del suo gioco. Colmare il gap di fisicità con il nuovo campionato risulta parecchio complicato, ecco perché un calcio più veloce e intenso come quello del manager di Porto, seppur sia risultato fallimentare per la squadra, rappresenta il perfetto mezzo di transizione tra la vecchia e la nuova vita di Mata.

In Inghilterra la situazione si fa parecchio complicata, soprattutto dopo il cambio di panchina, ma Mata ha il grande merito di migliorare le proprie prestazioni, e insieme a bandiere storiche come Drogba, Lampard e Terry, diventa uno dei trascinatori di una delle imprese più sorprendenti della storia del calcio moderno: la clamorosa vittoria del Chelsea nella Champions League del 2012.

Stamford Bridge diventa a tutti gli effetti la sua seconda casa, i tifosi lo adoreranno dal primo all’ultimo istante passato con la maglia dei blues addosso. Quella tra il Chelsea e lo spagnolo è una storia d’amore che avrebbe meritato maggiore durata, ma con il ritorno di Mourinho si conclude quasi improvvisamente, in una fredda sessione di mercato invernale. Il calcio di Mou e Mata non sembra avere punti di tangenza, eppure i due si ritroveranno più avanti riscoprendo a sorpresa la reciproca utilità. Juan lascia il Chelsea con tanti bei ricordi e splendide giocate da guardare più e più volte, tra tutte la più bella è forse una punizione rifilata proprio alla sua successiva destinazione, il Manchester United.

Periodo reds

Mata arriva allo United nell’inverno del 2014 con lo scopo di ravvivare un ambiente che non sembra aver reagito benissimo al ritiro di Ferguson, ma pochi mesi dopo diventa abbastanza chiaro come questa squadra sia destinata ad attraversare un lungo periodo prima di poter ritornare alle proprie tradizioni vincenti. Ancora una volta, nonostante la situazione non sia delle migliori, Mata riesce a trarre il meglio da ogni singolo momento: dove gli altri appaiono svogliati o demoralizzati per i risultati non eclatanti della squadra, lui trova ispirazione e motivazione a far sempre meglio e superare i propri limiti. Il principale cambiamento derivante dal suo arrivo a Manchester riguarda le sue doti di leadership. Si impone subito come uno di quei giocatori su cui fare affidamento nei momenti difficili di una partita, sia per le sue capacità gestionali che per la calma che riesce a trasmettere anche negli attimi più confusionali.

Il Mata versione Red Devils differisce però dai precedenti anche per questioni legate al gioco, in particolare grazie al lavoro con Van Gaal. L’olandese è forse l’allenatore a utilizzare meglio le doti dello spagnolo, non limitandolo alla fascia, ma dandogli più libertà in mezzo al campo e meno compiti in fase di non possesso. Juan, sommando i nuovi insegnamenti a quanto appreso negli anni precedenti, si attesta come un giocatore più completo: ha più spazio,  mentale e fisico, per sprigionare la propria fantasia, migliorando ulteriormente nella lettura tecnica e tattica delle partite. Avere la palla tra i piedi non è più necessario per incidere, basta essere mentalmente dentro l’azione. Nel marzo del 2015 segna un goal al Liverpool che riassume alla perfezione la sua nuova identità calcistica: triangola a due tocchi con Di Maria, si inserisce a tutta velocità in area e segna in acrobazia. Pochi semplici gesti, ma clamorosamente efficaci.

Amore improbabile

L’ultimo, almeno per ora, capitolo della carriera di Mata si apre con l’arrivo di Mourinho sulla panchina dello United. I due, come già messo in evidenza a Londra, non sembrano abbastanza compatibili calcisticamente: Mou predilige un gioco fisico, basato quasi unicamente sulle ripartenze, mentre Juan è un giocatore più di gestione e, fatta eccezione per i mesi passati con Di Matteo al Chelsea, poco adatto ad una squadra con un attitudine prevalentemente difensiva. Il loro rapporto cambia però dopo poco tempo, l’ex Inter e Porto si rende conto dell’effettiva utilità del suo giocatore e riesce a unirla alla fisicità del resto della squadra: che giochi dall’inizio o entri a partita in corso, Mata è la fonte di imprevedibilità della squadra, il giusto collante tra un centrocampo di copertura e un reparto offensivo pronto a correre a ogni occasione.

Potremmo definire Juan come l’arma segreta di José, una chiave in grado di aprire porte impossibili da sfondare con la sola forza fisica. La partita contro la Juventus è stata abbastanza esemplificativa di come il suo ingresso possa cambiare le partite: ha sorpreso una delle migliori difese d’Europa consegnandola a errori banali, come quello che ha casato la punizione del momentaneo 1-1.

Mata contro la Juventus | Numerosette Magazine

Mata sarà

In tutta la sua carriera Mata ha sempre dato l’impressione di non dare estremo peso al risultato finale, anteponendo ai numeri ciò che ritiene giusto per sé stesso e la squadra. Probabilmente non è tra i primissimi talenti della sua generazione, ma è sicuramente un giocatore destinato a rimanere nel cuore di chi ha tifato le sue squadre. Un giocatore col suo palmarès non dovrebbe avere niente da dimostrare, eppure gioca ogni partita come se fosse la più importante della sua vita perché è qualcosa più forte di lui, che proviene dalle sue radici: esattamente come la sua terra d’origine, Juan Mata è destinato a tramandare cultura.

 

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