Nell’ultimo anno, diversi eventi, come l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, la Brexit e il grande riscontro ottenuto dal partito di Marine Le Pen durante le presidenziali francesi, hanno evidenziato come nel mondo occidentale ci siano diverse correnti che spingono in direzione diversa da quella prettamente democratica e liberale. Di fronte a questi fatti mi è spontaneamente sorta una domanda: la democrazia è realmente la miglior forma di governo, quella in cui l’uomo può vivere al massimo delle sue possibilità?

Democrazia in crisi | numerosette.eu

Trump, Brexit, Le Pen: democrazia in crisi?

L’idea della democrazia come sistema politico più giusto, dove diritti umani e libertà sono difese si è affermata definitivamente nel XX secolo. In particolare gli USA si sono resi paladini di questa dottrina in tutto il mondo, tanto da appoggiare e sostenere, anche con la guerra, il processo democratico in diversi Paesi del mondo. Ma è realmente possibile esportare questa modalità di governare?  

La parola democrazia deriva dal greco, e rimanda al concetto di potere gestito dal popolo, che lo esercita attraverso determinate istituzioni, come le assemblee nel passato e la rappresentazione partitica in periodo moderno. Su di essa vari filosofi e pensatori, nel corso dei secoli, hanno dato una loro interpretazione, ma in particolare ritengo interessante concentrarsi su quella data da Karl Popper, epistemologo del ‘900 che ha dedicato una cospicua parte della sua filosofia al problema politico. Popper era contrario ad ogni forma di totalitarismo e vivendo in un periodo in cui una larga parte della popolazione europea vedeva nei regimi di questo tipo l’unica soluzione, gli parve necessario per affermare la superiorità della democrazia una vera e propria apologia di essa. Popper parte nell’abbattere le certezze dei regimi dittatoriali: critica innanzitutto lo storicismo, cioè quella forma di pensiero per la quale ci sarebbe un senso oggettivo nella storia, un destino segnato, un’idea di storia come progressivo e necessario miglioramento della condizione umana; per contrastare questa idea il filosofo descrive la storia come qualcosa che assume il senso che la libertà umana sceglie di darle. I regimi totalitari (in particolare il nazismo) oltre ad avere la pretesa di leggere la storia come un processo che ha il proprio compimento in loro stessi, ritenevano di poter dare profezie anche su quello che sarebbe stato il futuro della nazione e del mondo. Questo per Popper è assolutamente utopistico: non è possibile tentare di preannunciare il futuro sulla base di tendenze umane, ma sono necessarie leggi scientifiche precise per poter tentare di farlo. Un regime quindi non può basarsi su fondamenta così fallaci: i totalitarismi allora sono forme di governo che rendono gli uomini schiavi, causano la loro sofferenza e affermano verità inattuabili. Come interviene in questo contesto la democrazia? Popper afferma che l’elemento fondamentale che deve stare alla base di un governo e che può permettere all’uomo di vivere pienamente la propria esistenza è la libertà. Per questo, è necessario un governo come quello democratico, che consenta ai governati di rovesciare i governanti, nel caso in cui essi mettano in pericolo la loro libertà. In particolare, è di centrale importanza la creazione di istituzioni che permettano al popolo di licenziare i capi politici senza utilizzare la violenza, che alimenterebbe tensione e ideologie. “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti” afferma Popper ne La società aperta e i suoi nemici, ponendo anche la questione dell’esportazione della democrazia: “se la comprensione di questi principi (quelli democratici) non è ancora sufficientemente sviluppata, bisogna promuoverla”. La democrazia quindi diventa la modalità con la quale il cittadino può esprimere a pieno la propria umanità, sotto la tutela dello stato che funge da protettore dei diritti umani. Per capirci, “la democrazia è qualcosa che dà ai deboli le stesse possibilità che dà ai ricchi”, come dirà Gandhi. Ma qual è la strada corretta attraverso la quale un regime egualitario si può sviluppare? Per il filosofo tedesco bisogna avanzare con riforme graduali, un passo alla volta, senza promettere traguardi assoluti o irraggiungibili, in modo da gestire i mutamenti sociali e da mantenere la libertà.

LA DEMOCRAZIA NELLA STORIA

In che modo questo metodo può essere applicato in una società? Abbiamo un primo esempio di essa nell’antica Grecia: Atene dal VI secolo a.c. fino al 322 a.c., quando la polis venne attaccata e conquistata dai Macedoni, venne governata attraverso questo genere di guida politica. Tucidide, storico greco del V secolo, attribuisce a Pericle un discorso in cui vengono dette alcune parole al riguardo: l’oratore ateniese affermò: “la parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico è democrazia, per il fatto che, nell’amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi, ma rispetto alla maggioranza”. Pur nelle sue contraddizioni (qualcuno, come il filologo Luciano Canfora, sostiene che nei discorsi di Pericle si possa osservare un distacco tra l’idea democratica e quella di libertà), il concetto di governo assembleare, di uguaglianza tra gli uomini (esclusi ovviamente gli schiavi e gli stranieri) e della necessità di prendere decisioni condivise dalla maggioranza nell’Atene del tempo si presentava già in modo chiaro. Nella storia poi questo sistema è stato usato in diversi periodi, a partire dalla Roma antica, nella quale si instaurò un regime repubblicano dal 509 a.C. che durò fino all’inizio del governo di Augusto, il quale svuotò le istituzioni repubblicane, modificando, non formalmente ma nei fatti, la forma di governo, indirizzandola verso l’impero. Questo fu un vero e proprio momento di crisi per la validità stessa della democrazia e la possibilità di governare in modo virtuoso. Tacito, famoso storico vissuto nel primo secolo d.C., riteneva, basandosi sui fatti storici avvenuti negli ultimi anni di vita della Repubblica, che non si potesse guidare uno stato attraverso essa, dato che aveva causato conflitti interni che erano sfociati ad esempio nelle guerre civili, seppure fosse l’unico sistema che lasciava la possibilità di esercitare la libertà di espressione e di pensiero. Nei secoli successivi alla caduta di Roma, esperienze di questo tipo sono solo parziali o occasionali. Fino alla fine del ‘700, quando basandosi sulla spinta della prima rivoluzione inglese della metà del ‘600 e sulla volontà di rovesciare un governo opprimente (Francia, Inghilterra) o un’egemonia troppo ingombrante (Stati Uniti), alcuni paesi occidentali iniziarono un processo di rivoluzione che li portò nel giro di qualche decennio ad essere delle nazioni democratiche, con una propria Costituzione. La democrazia si riaffermò come sistema libertario, che tutela i diritti del popolo e lo include in una posizione centrale. Nel corso degli anni questi governi si svilupparono, tra alti e bassi. Questo processo proseguì fino ad inizio ‘900, quando un’altra, pesante crisi mise in dubbio il valore ontologico del governo del popolo. Fascismo e nazismo, che si affermarono con forza nella prima metà del secolo coi loro regimi di stampo totalitario, criticavano le debolezze e le evidenti prove di incapacità di governare di una classe politica democratica vittima dei giochi parlamentari (in Italia) e impossibilitata ad affrontare problemi economici che di fatto erano irrisolvibili (in Germania). Mussolini stesso poi in diversi discorsi definì le potenze europee repubblicane come forze plutocratiche, interessate solamente ad agire per i propri scopi nazionali ed economici. Nel XX secolo si creò quindi un vero e proprio conflitto militare e ideologico tra potenze democratiche (USA, Gran Bretagna e URSS, che si definiva democrazia popolare anche se nei suoi territori l’applicazione alla realtà delle teorie comuniste prendeva derive più simili a quelle totalitarie) e totalitarismi (Italia, Germania). La vittoria degli Alleati fu sicuramente significativa nell’affermazione della superiorità del sistema politico egualitario e nella sua idealizzazione a forma di governo più giusta, corretta e libera, che oggi è ben presente nella mentalità comune. Proprio questo sentimento, amplificato ulteriormente dalla Guerra Fredda e dalla conseguente caduta dell’ultima ideologia anti-democratica, quella di area sovietica, simboleggiata dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, ha portato gli Stati Uniti nella seconda metà del secolo scorso, con effetti che si rivelano anche attualmente, a prendere le vesti di paladini di libertà, pace e giustizia nel mondo.

Muro di Berlino, esempio di democrazia | numerosette.eu

Esempio di democrazia: cade il muro di Berlino, 1989

Questa consapevolezza ha contribuito alla creazione delle Nazioni Unite, un’istituzione che agiva ed agisce da garante della pace e della libertà nel mondo, la quale vede gli States come uno dei suoi protagonisti principali. La coscienza del fascino della democrazia e delle possibilità di crescita sociali, culturali e politiche attuabili attraverso un governo di questo tipo però è in diversi casi stata troppo frettolosamente ritenuta la soluzione migliore per alcuni paesi, come ad esempio quelli medio-orientali, la cui popolazione, spesso arretrata, analfabeta e legata alle tradizioni islamiche non era probabilmente ancora pronta per un cambiamento così radicale. La guerra in Iraq, iniziata dagli USA nel 2003 come reazione all’attentato dell’11 settembre 2001 nel quale sono state abbattute le Torri Gemelle a New York e per “assicurare agli Stati Uniti (e al mondo, ndr) la propria sicurezza nazionale” (parole pronunciate dall’allora presidente George W. Bush), messa in pericolo dal presunto possesso del regime di Saddam Hussein di “armi di distruzione di massa”, è un esempio lampante del tentativo di esportazione della democrazia messa in atto dall’America. Ma è realmente possibile esportare questo tipo di gestione dello stato?

SI PUÒ ESPORTARE LA DEMOCRAZIA?

Sintetizzando, ho spiegato come grazie al modello democratico si può vivere liberamente nella società e come i diritti dei cittadini vengano tutelati. Ho anche sottolineato che gli USA si sentono veri e propri paladini di essa: si sentono in dovere, anche ovviamente seguendo motivazioni economiche, di intervenire direttamente negli stati in cui ci sono situazioni complicate, derive dittatoriali e rischi di focolai anti-occidentali. Perchè? Si sentono in dovere di aiutare popolazioni meno sviluppate e vogliono evitare rischi, come ad esempio quello terroristico. Spesso infatti capita che, in particolare in diversi paesi del Medio Oriente dove l’Islam, attraverso la Sharia, diventa legge, si creino situazioni di odio nei confronti di culture diverse, e queste tensioni poi sfocino in Occidente. Per tentare di evitare questi pericoli,  gli Stati Uniti spesso provano a risolvere il problema alla radice, come successo in Iraq. La guerra in questo paese, iniziata nel 2003, è stato un chiaro esempio di tentativo di implementare la democrazia in un paese guidato da un sistema autoritario come quello di Saddam Hussein. Le motivazioni non mancavano: quelle economiche, come le divergenze sul prezzo del petrolio, oppure la ferita dell’attentato terroristico alle Twin Towers che ancora sanguinava, oltre alla presenza del gruppo islamico radicale Al Qaeda all’interno del territorio iracheno. Nelle parole dell’allora presidente Bush jr. si può però intuire chiaramente quale fosse l’intento di fondo degli Stati Uniti nell’affrontare questo conflitto: “Noi distruggeremo l’apparato di terrore e vi aiuteremo a costruire un nuovo Iraq prospero e libero (riferendosi ai cittadini iracheni, ndr). (…) Il tiranno se ne andrà presto. Il giorno della vostra liberazione è vicino”. Il presidente con questo messaggio sottolineava chiaramente la volontà dell’America di essere riconosciuta come liberatrice dei popoli e ammetteva la possibilità attraverso la distruzione del regime di Hussein di creare finalmente un Iraq libero, basato su un sistema organizzativo occidentale, liberale, democratico. Le intenzioni erano buone, ma il vero problema fu che questo conflitto non rese la situazione più tranquilla o sicura nel paese, innanzitutto causando centinaia di migliaia di morti tra i civili (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e poi scatenando una sorta di guerriglia civile tra esercito occupante (quello degli USA, coadiuvato da altri paesi alleati) e dissidenti, rappresentati dell’eterogeneo gruppo formato dagli ex-sostenitori di Hussein e da islamici radicali. Un anno fondamentale fu il 2005: il popolo si trovò a dover votare per la costituzione del nuovo governo iracheno, momento che rappresentava il passaggio della gestione nazionale dalle mani della coalizione occidentale (formata da USA e ONU), a quelle di un vero e proprio governo iracheno. La mano democratica delle Nazioni Unite si poteva comunque chiaramente notare: nel dialogo tra i vari partiti venne votato un articolo che impediva l’approvazione di leggi contrarie ai diritti umani e ai principi democratici. Anche se il processo di democratizzazione proseguiva in maniera apparentemente positiva, continuarono gli scontri tra sciiti e sunniti, gruppi che rappresentano due diversi tipi di fedi musulmane. Un altro punto che fece scricchiolare la posizione degli Stati Uniti fu il mancato ritrovamento di quelle armi di distruzione di massa che erano state indicate come una delle motivazioni principali dell’attacco. Nel 2008 poi arrivò la firma di un patto tra l’esercito di stanza nel territorio iracheno e il governo del paese: l’accordo era quello di un ritiro delle truppe nel 2011. I conflitti però continuarono, tanto che nel 2013 dalle tensioni dei gruppi anti-occidentali si scaturì l’ISIS, lo Stato Islamico protagonista di un numero elevato di attentati sia in Europa che in Medio Oriente negli ultimi anni. Così, l’Iraq non è più riuscito a riprendersi dall’instabilità, e oggi ISIS, sciiti, sunniti e curdi si contendono lo stato. L’Iraq attualmente è una repubblica, ma non certo un territorio “libero” come aveva promesso Bush. La domanda lecita a questo punto è quindi una: è possibile esportare la democrazia? Shirin Ebadi, prima donna musulmana a vincere il Nobel per la pace nel 2003, simbolo della lotta per i diritti umani in Medio Oriente, in particolare in Iran, sostiene che Prima di essere un sistema politico, la democrazia è una cultura. (…) La democrazia non è una merce, non si può esportare o importare. Deve crescere all’interno di un Paese”. Questo parere è particolarmente interessante: il sistema democratico non è quindi qualcosa che si può imporre ad un’altra popolazione, ma se lo si vuole coltivare è necessario far crescere la coscienza dei propri diritti e delle proprie libertà alle persone che, in particolare in Medio Oriente, sono spesso poco acculturate o osservano la realtà con le lenti della dittatura che portano ad una lettura errata e pericolosamente deviata di essa.

Un regime democratico, quindi, rappresenta un modo adeguato per l’uomo di vivere in relazione con gli altri. O, perlomeno, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle che si sono sperimentate fino ad ora”, come disse Winston Churchill. Allo stesso tempo però, contrariamente a quello che si può pensare, non è possibile imporre ad altri paesi la democrazia: se il desiderio di libertà non nasce spontaneamente nel cuore degli uomini (cosa che è possibile solo se c’è coscienza della propria umanità, e quindi se ci sono condizioni culturali, sociali e educative adeguate) si rischia di creare odio nei popoli che si sentono attaccati proprio nei loro territori. Quello che l’Occidente può fare, forse, è lavorare con impegno per tentare di migliorare le condizioni delle persone nei paesi medio-orientali e nord-africani, per creare terreno fertile sul quale poter coltivare il seme benefico della democrazia.