“Ho deciso di fare il frontman perchè non ne potevo più dei cantanti”

La vita, sia essa intesa, nel nostro caso, come giornalistica e quindi lavorativa, o più nel senso esplicativo della parola, come ciclo avente una durata “x”, caratteristico di ogni specie animale o vegetale, viene spesso paragonata a un percorso, che come tale è composto da tappe più o meno significative, importanti, rilevanti. Quello che vi racconto all’interno dell’articolo che segue, è uno dei tanti pezzi che di recente stanno componendo un puzzle da me iniziato in un tempo non troppo lontano. L’obiettivo è quello di fare della propria passione un lavoro, la speranza, non sarei qui a scrivervi altrimenti, è quella di riuscirci, magari, nel minor lasso di tempo possibile.

Nei giorni scorsi, in occasione della tappa romana del suo “Nero Tour”, ho avuto, lasciatemelo dire, il privilegio di incontrare e quindi scambiare due chiacchiere con Federico Poggipollini, storico chitarrista di Ligabue, con trascorsi anche in band come i Litfiba, lanciatosi da poco nella sua ultima fatica solista. Federico, non lo nascondo, forse perchè amante incondizionato dello strumento a sei corde il quale ha nel tempo elevato a divinità indiscusse della propria religione gente del calibro di Jimy Hendrix, BB King e David Gilmour, è sempre stato uno dei miei idoli. Quel suo modo “diverso” di prestarsi a un genere, se vogliamo, a tratti anche poco rock, quella sua chitarra tecnica si, ma sporca quanto serve, quelle sue origini punk, quel suo sound blues, quell’aria da rocker d’altri tempi e quello stile sfacciato, rendono cosa inevitabile il processo che porta poi a una profonda ammirazione nei suoi confronti.

Neroviene lasciato – a differenza degli altri album del chitarrista bolognese – li a fermentare per molto tempo, consentendo di capire pro e contro, difetti e pregi del lavoro, fino a giungere a una quasi perfetta perfezione. Un opera assai vicina al “mondo musica”, scritta e composta non per raggiungere inutili consensi, bensì per trasmettere quell’ energia che solo chi utilizza lo strumento come mezzo unico di comunicazione, sa tramandare”.

Nessuno può fischiettare una sinfonia. Ci vuole un’intera orchestra per riprodurla. Già, a molti di voi lettori sarà sicuramente capitato, almeno una volta nella vita, di dover cooperare con altri, lavorare in gruppo e quindi apprezzare qualità diverse dalle vostre, pensare in maniera prioritaria al bene comune, unire le proprie forze a quelle di altri, in maniera intelligente e vera, per raggiungere un obiettivo, che a seconda dei casi può arrivare ad accomunare un numero ingente di persone. Nero nasce da lontano, dal grande affiatamento tra Poggipollini e Michael Urbano: “Non mi son mai trovato così in sintonia su di un progetto lavorativo, ogni scelta che lui cercava di spiegarmi, calzava perfettamente con quello che in quel momento era il mio punto di vista. Nella musica, come nel calcio, puoi non andar d’accordo lontano dal palco o fuori dal campo, con questo o quest’altro, ma poi, alla fine, basta guardarsi per raggiungere una produttiva intesa tipica di un team o una squadra”. 

Il mondo dei colori, come quello della musica, è fatto di scale, siano esse cromatiche, armoniche, minori o maggiori. Il nero è forse la tonalità che più si è soliti accostare al genere musicale del blues. Poggipollini rivela che ciò è senz’altro all’apice dei motivi per i quali l’album abbia quindi acquisito tale denominazione.

Ogni storia d’amore, si sa, ha un’inizio e forse, una fine. Personalmente, mi piace chiedere, curiosare tra i meandri della gente, ascoltando storie, appuntando racconti, che rivivono in quegli attimi attraverso gli occhi di chi parla. L’amore relazionale che Poggipollini condivide con Euterpe, musa greca della musica, nasce anni or sono, durante, pensate un pò, un semplice giorno trascorso fra i banchi di scuola. A fare da Cupido è un professore, a quei tempi di Tecnica, il quale aveva scritto i testi niente di meno che per i Windopen, band rock/punk degli anni ’70 all’interno della quale ha militato anche Roberto Terzani, autore, per intenderci, di quella che è stata la sigla del Tg1 dal 1986 al 1992.

Essere rock, come qualcuno ha più volte ripetuto, vuol dire pensare con la propria testa, allontanare se stessi da qualsivoglia forma di stereotipo, mantenere nel tempo una giusta dose di umiltà, scegliere una strada e percorrerla fino alla fine, rimanendo coerenti con se stessi. Lui, la sua strada la sceglie a discapito di una certamente, almeno in apparenza, piana, comoda. Con un padre dentista e gli studi da odontoiatra più che avviati, Federico sceglie di esser musicista senza mai abbandonare la sua passione, faticando, non poco, per raggiungere i propri traguardi. Rock, secondo “capitan Fede”, è un modo di porsi nei confronti della musica stessa rapportato poi al quotidiano vivere.

London calling” è il titolo di uno degli album e quindi dei brani, preferiti dal chitarrista (e da me). Non potevo, sul finire dell’intervista, non chiedergli a quale chiamata avrebbe voluto rispondere per tempo senza però riuscirci. La risposta è strana, curiosa, ci porta purtroppo soltanto a immaginare qualcosa che forse avremmo potuto annotare fra gli annali storici della musica italiana: “qualche tempo fa – afferma il rocker emiliano – mi è stato proposto di aprire un importante evento musicale che si teneva in quel caso in Piazza Duomo a Milano, calandomi o scendendo dall’alto, strimpellando un potente solo di chitarra. Purtroppo – continua Poggipollini – tutto coincideva con l’apertura delle sette date di Ligabue in quel dell’Arena di Verona, tra l’altro, tra i concerti in assoluto più belli a cui abbia mai partecipato”.

In chiusura, non poteva mancare una seppur breve menzione al recente progetto Vinyl Talk: “credo che sia arrivato che per noi era un grande stimolo, un fatto immediato. Siamo andati li, abbiam deciso dei brani cercando di mantenerne lo stile, anche nei difetti, e poi nulla, è nata una scintilla”. Con Sergio e Garrincha vi è un rapporto speciale, così come con tutti gli altri d’altronde. Con Andy abbiam fatto una versione del brano di Bowie, Fame, che è fantastica; lui è stato bravissimo, perfetto per interpretare un artista del calibro del duca bianco.

Progetti futuri? Anzitutto “Nero”, portare avanti il tour e la mia carriera da solista. Prossimamente avrò modo di interpretare niente di meno che “Bryan May” in un musical dedicato esclusivamente ai Queen. E poi, beh, ci sono tante altre cose che, capitemi, delle volte non si può dire tutto.