Educazione Contiana

Hombre Vertical” in spagnolo significa “uomo tutto d’un pezzo“, definizione che non ha bisogno di essere spiegata, anche perché più chiara di così sarebbe difficile.
Nel mondo del calcio storicamente, tale epiteto si riferisce soprattutto ad una sola persona, Hector Raul Cuper da Chabás, allenatore argentino che a inizio millennio condusse il Valencia a due finali di Champions consecutive, prima di assumere, per un paio d’anni, la guida dell’Inter, con cui fu partecipe della tragedia del 5 maggio.

Ma veniamo subito al nocciolo della questione.

No, non siamo in vena di ricordi, abbiamo fatto tutto ciò perché sembra veramente arrivato il momento di aggiornare questa voce nel grande vocabolario del pallone.
Con buona pace di Cuper, ormai sotto “hombre vertical” dovremmo trovare un altro uomo, sto parlando di Antonio Conte.

Antonio Conte è l'”hombre vertical” degli anni duemiladieci, un sergente di ferro, fermo e sicuro di sé e del lavoro che fa.
Proprio come l’argentino, scendere a patti non è una qualità della casa: se sei un giocatore, adattarsi non è una alternativa, ma l’unica possibilità.

Una però è la differenza sostanziale tra i due, che, con ogni probabilità, è anche quella che separa due carriere, per quanto importanti, estremamente diverse, quella di perdente di successo del vecchio Hector e quella da vincente del giovane Antonio.
È vero, scendere a patti non è un’eventualità da tenere in considerazione, però lo spirito di adattamento e il “farsi voler bene dai giocatori” sono fondamentali.

Basti vedere le differenze nei rapporti avuti con i loro attaccanti principi.

Cuper non fece mai passi in avanti nei confronti di Ronaldo, con il risultato che il Fenomeno chiese la cessione e dopo una stagione sotto l’argentino era su un aereo per Madrid, mentre Conte ha decisamente teso la mano a Diego Costa, che dopo un inizio burrascoso si è anche lui convinto delle qualità del suo mister e ora sta segnando gol su gol.

 Questo abbraccio vale più di mille parole

Tuttavia, definire il tecnico di Lecce uno tutto “carattere, grinta e passionalità” sarebbe estremamente riduttivo.
La sua flessibilità tattica è un’arma letale, una delle migliori del mondo, così come la sua capacità di adattarsi alle esigenze del momento.
Come successe alla Juve, dove svoltò l’anno del primo scudetto passando dal 4-2-4 al 3-5-2 e in Nazionale dove, viste le assenze di Marchisio e Verratti, dovette modellare una formazione completamente diversa a causa della penuria tecnica rimasta in mezzo al campo (arrivando, per altro, ad un cucchiaio di Pellè dall’eliminare i campioni del mondo), così al Chelsea ha effettuato la stessa operazione.
Partito infatti con un 4-1-4-1 in cui affidava la mediana a Kantè, affiancando Matic a Oscar sulla trequarti, ha saputo ricredersi, viste le pesanti sconfitte con Liverpool e Arsenal e la situazione che andava complicandosi, stravolgendo completamente la squadra e inventandosi un 3-4-3 tanto inusuale quanto efficace.

Ecco i magnifici 11.
Ecco i magnifici 11.

Inusuale innanzitutto per gli uomini utilizzati, primo fra tutti, quel David Luiz che negli ultimi anni sembrava tutto tranne che un buon difensore, famoso solo per l’appariscenza del personaggio. Uno che tirava solo buone punizione, ma più dannoso del nucleare in fase difensiva.
Dal cambio di modulo, Conte ha sempre affidato a lui il centro della difesa a tre, ricordando, in parte, l’operazione che fece con Bonucci alla Juventus, trasformandolo da “fratello” meno forte di Ranocchia al Bari in un dei difensori più cercati al mondo, come dimostrato dall’offerta fatta in estate da Guardiola.
I risultati già si vedono, come si vedono i miglioramenti di Azpilicueta come terzo insieme a Luiz e Cahill in difesa, ruolo che mai lo spagnolo aveva ricoperto, da sempre ancorato a terzino, con buona pace di Terry e Ivanovic, spesso costretti a guardarsi le partite da spettatori: anche Darmian in Nazionale vestiva il ruolo di terzo a destra.

Se già il reparto arretrato vi ha sorpreso, il centrocampo vi farà saltare dal divano.

Arretrato, come era prevedibile, nuovamente Matic in mediana con Kantè, fenomenale a recuperare palloni e a correre per 11 ma non bravo come il serbo a impostare, Conte ha estratto altri due conigli dal cilindro per gli esterni, non inserendo nessuno dei suoi attaccanti esterni ne uno tra Azpilicueta o Ivanovic, i più esperti del settore.
Le fasce sono state affidate a due underdog come Marcos Alonso e Victor Moses, due che nemmeno il più ottimista avrebbe immaginato titolari ad inizio stagione. Della serie “magari li prendo al fantacalcio per la tribuna”.
Eccola qua, un’altra caratteristica dell’ex CT della nazionale italiana: non importa chi ha davanti, se lavora duro una chance l’avrà e, se saprà ben sfruttarla allora niente sarà precluso. Conte predilige la sana cultura del lavoro, lo sappiamo.

 Vai con lui e ti indicherà la via 

Moses in particolare ha trovato in Conte uno dei pochi estimatori, dopo che nessuno dei suoi precedenti allenatori ai Blues gli aveva dato particolare fiducia, il fatto poi che ora venga preferito a tutti gli altri esterni è un attestato di stima importante che il giocatore ci tiene a ricambiare con prestazioni di alto livello e qualche gol pesante, come quello realizzato contro il Tottenham per il 2-1 decisivo.

Mirabile è stato anche il lavoro svolto sul reparto offensivo, dove ha psicologicamente recuperato un giocatore fondamentale come Eden Hazard, dopo una stagione 2015/16 disastrosa.

 E anche Hazard è recuperato…

Anche il rapporto, inizialmente conflittuale, con Diego Costa, già accennato in precedenza, sembra essersi risolto nel migliore dei modi, con il brasiliano naturalizzato spagnolo che ha messo la parola fine sulla vicenda, continuando a segnare e portandosi a casa il premio di miglior giocatore del mese di novembre.

Risultati dopo il cambio modulo? 8 vittorie consecutive, 22 gol fatti e 2 subiti, testa solitaria della classifica presa.

Il merito più grande di Conte è stato però quello di non mollare mai, nemmeno dopo la sconfitta per 3-0 contro l’Arsenal che sembrava aver già posto fine alla sua avventura nella terra d’Albione, con molti italiani che ne invocavano già il ritorno in patria.

Noi, sinceramente, non avevamo dubbi, uno con quel carattere, che si presenta il primo giorno di ritiro e dice ai calciatori che li aspetta l’estate più difficile della loro vita, non poteva abbandonare la nave così, senza lasciare un’impronta.
E i tifosi, che dai tempi di Vialli e Zola hanno un rapporto speciale con gli italiani, lo hanno subito appoggiato, sentendosi subito rappresentati da quel condottiero dalla mente fredda ma dal cuore caldissimo.

 That’s amore

 

Quel calore che tanto fa impazzire i britannici per noi italiani, e che ora ha reso Antonio Conte l’idolo assoluto di Stamford Bridge, aspettando che, nella Premier League a livello di allenatori più alta di sempre, si compia il secondo Italian Job che adesso sembra davvero possibile.

Shine On Antonio!

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