E’ già arrivato il momento degli Utah Jazz?

Recentemente abbiamo parlato molto di Golden State e delle varie contendenti che lotteranno per il titolo, ma allo stesso tempo non possiamo chiudere gli occhi su altre realtà interessanti ed in crescita. Gli Utah Jazz, per esempio, stanno dando seguito alle buone prestazioni sfornate nella scorsa stagione, dove hanno chiuso – un po’ a sorpresa dopo l’addio di Hayward – con un record di 48 vittorie e 34 sconfitte e una breve presenza nei Playoff, eliminati nelle semifinali di Conference contro gli Houston Rockets di Harden con un secco 1-4. Una scoppola, che però sembra essere servita alla squadra di Salt Lake City soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza nei propri mezzi.

Il grande lavoro di Quin Snyder

Questo exploit non sarebbe stato neanche pensabile in relazione agli Utah Jazz pre Snyder. In un recente post, lo staff di ESPN ha messo insieme una classifica dei primi 50 tra tutti gli allenatori nei principali sport professionistici degli Stati Uniti. Quindi NFL, NBA, MLB e NHL essenzialmente. Quin Snyder è arrivato al 20esimo posto dietro Mike D’Antoni e poco prima di Sean Payton dei New Orleans Saints. La rinascita è partita proprio da lui che, prima di tutto, ha portato un metodo di lavoro cosi pragmatico da far circolare delle voci che parlavano di sedute giornaliere al limite della sopportazione. Leggende metropolitane alle quali Snyder ha risposto in modo piuttosto laconico, limitandosi a sottolineare la correlazione tra il lavoro svolto e il miglioramento dei suoi giocatori.

Le cose sono effettivamente cambiate da quando l’ex coach di Missouri è arrivato nel 2014, con una squadra che aveva appena chiuso una stagione pessima, con un record di 25-57. Quin ha portato avanti maniacalmente lo studio di ogni giocatore della propria squadra attraverso il programma DAV (Development, Advance scouting, e Video), riuscendo, passo dopo passo, a risalire la classifica della Western Conference nonostante addii eccellenti.

Terra chiama Mitchell

Le aspettative sugli Utah Jazz sono quindi diventate molto alte dopo l’ultima stagione, che ha segnato il cambio di rotta verso mete più ambite.
La nuova annata è iniziata però in modo un po’ altalenante. Contro Houston e Golden State abbiamo visto una squadra compatta e di tutto rispetto, mentre contro Memphis e Sacramento si è tornati in una fase di stallo. Certo, 6 gare su 82, PlayOff esclusi, non possono essere un campione affidabile, tuttavia la maturazione definitiva di questa squadra sembra dover passare anche da qui. E “maturazione” non è un termine casuale, visto che ci riferiamo soprattutto a Donovan Mitchell, giocatore più talentuoso a roster, nonostante la giovanissima età.
Mitchell è stato uno dei rookie più interessanti del campionato scorso, nonché trascinatore – quasi a sorpresa – dei Jazz. In queste prime uscite però, il prodotto di Louisville ha faticato a trovare il piglio di un anno fa, accendendo la luce solo a sprazzi. Fino alla partita contro Houston il 25 ottobre, aveva toccato quota 20 punti una sola volta.

Ha poi avuto una delle peggiori partite della sua carriera contro i Memphis Grizzlies, andando 6 su 17 dal campo e 1 su 7 da oltre l’arco. Mitchell ha dimostrato di soffrire questi momenti, facendo esplodere il suo carattere in modo incontrollabile, come nel caso del fallo tecnico preso proprio contro i Grizzlies.  In più, tutte le squadre NBA si stanno concentrando nel contrastarlo sul suo cavallo di battaglia, cioè la fisicità, e lui stesso si è accorto di come lo stiano affrontando diversamente dalla scorsa stagione, tant’è che ha recentemente dichiarato di dover abituarsi a giocare in modo più duro. Infatti, uno dei suoi problemi principali in questa stagione è stato il prendersi tiri blandi o giocate senza troppe pretese. E se è vero che siamo solo all’inizio, non è certo falso dire che Utah dipenda molto dal suo campione ed è ovvio che Mitchell dovrà prima o poi riprendersi in mano le redini della squadra, cercando di guidarla con risultati e prestazioni.

Stella a 360 gradi: Rudy Gobert

Oltre alla giovane star però, è anche importante sottolineare la presenza di Rudy Gobert, fondamentale nella scorsa stagione, nonostante sia stato in campo per solo 56 partite. Le sue giocate difensive sono state quasi del tutto vincenti ed efficaci e qui trovate un po’ di numeri del suo 2017/18 per darvi un’idea.
Un semplice calcolo back-of-the-envelope, basato essenzialmente sul numero di tiri che Gobert ha contestato agli avversari, stima che il buon Rudy abbia salvato circa 299 punti ai suoi nelle ultime cinque stagioni, molto più rispetto ad un centro medio.
Per capire l’importanza di Gobert basta guardare alla scorsa annata, quando i Jazz sono riusciti a battere gli Warriors 3 volte su 4, tenendoli a soli 98,5 punti su 100 possessi, con numeri individuali di protezione del cerchio di Gobert sensazionali, impresa non semplice contro Curry e compagni.
Oltre alla difesa poi, anche l’impatto offensivo di Rudy va ben oltre la mera efficienza. Apre opportunità per tutti gli altri. Le abilità di Gobert nei pick-and-roll rendono la vita molto facile per i suoi compagni. Che si tratti di Ricky Rubio, Joe Ingles, Donovan Mitchell o qualcun altro, il conduttore di palla del caso può uscire facilmente da uno schermo se c’è lui che si muove con anticipo sul suo difensore per poter essere già a metà strada verso il canestro.
Le prestazioni di Gobert sono diventate indispensabili per l’intera squadra sia nella regular season che nei Playoff. La forgiatura di questi Utah Jazz sta passando fortemente dalle sue mani e l’ultima ottima prestazione contro i Dallas Mavericks (23 punti e 16 rimbalzi) lo sta consacrando nell’élite della Lega come un terminale offensivo di altissimo livello, oltre che come un difensore superbo.

Chi è veramente Grayson Allen?

Ora facciamo un attimo un passettino indietro.
All’ultimo Draft, Utah si è assicurata con la 21esima scelta assoluta Grayson Allen da Duke. Un arrivo non particolarmente gradito in estate, quando molti media hanno discusso sulla convivenza tra Allen e Mitchell, sostenendo che potessero calpestarsi i piedi a vicenda, essendo due giocatori molto simili per costruzione di gioco e nel difendere. Nella preseason il prodotto di Duke ha capito fin da subito di dover giocare e pensare in relazione ai compagni che si trova di fianco per poter essere d’aiuto.D’altro canto, coach Quin Snyder si è trovato d’accordo nell’elogiare le prime prestazioni di Allen con Utah e soprattutto ha fatto capire quanto sia fondamentale giocare coi tempi giusti e fare le giocate corrette.
Le aspettative su Allen sono alte e in tanti bramano dalla voglia di vedere tutto il potenziale mostrato nei Blue Devils, dove ha lasciato un segno indelebile.  Le sue qualità come tiratore, capace di giocare dentro e fuori dall’area con grande atletismo nel modo più pulito possibile, serviranno durante la stagione di Utah per colmare una lacuna in un ruolo bisognoso di giocatori con queste caratteristiche dinamiche. Ciononostante, Allen è un giocatore che dovrà migliorare sotto l’aspetto difensivo in cui molte volte si è mostrato macchinoso e incapace di poter sfruttare le sue abilità fisiche. Contro Dallas, per esempio, ha fatto una buona apparizione nel terzo quarto per poter comprimere e chiudere i canali avversari e questi minuti sono importanti per potersi creare poco a poco un ruolo importante nelle gerarchie di Snyder.

Utah Jazz in crescita, ma serve costanza

La recente vittoria contro Dallas ha mostrato il potenziale di questo team giovane e di talento, ma che ha ancora tanta strada da fare. Gli Utah Jazz hanno gestito in maniera solida per lunghi tratti la gara e hanno dato il colpo definitivo mettendo a segno 13 punti negli ultimi 2 minuti. Oltretutto, il roster non era al completo delle proprie possibilità: i Jazz erano senza Derrick Favors, assenza non da poco, nonostante la combinazione di Jae Crowder, Georges Niang ed Ekpe Udoh sia stata eccezionale. Questa partita è stata molto utile per poter sperimentare ulteriori soluzioni tattiche e dare minuti ai giovani in panchina per capire come lavorarci su. La velocità di Dante Exum ad esempio è stata un’importante risorsa, e il suo ruolo all’interno di questo roster è destinato ad aumentare, acquistando più centralità.

Continuano anche le ottime prestazioni del 31enne australiano Joe Ingles, il vero asso nella manica degli Utah Jazz dalla scorsa stagione, che ha chiuso con il 44% nel tiro da 3. Nella nuova annata, sta viaggiando ad una media di 17,5 punti a sera e per questi Jazz è assolutamente imprescindibile. Anche Ricky Rubio sta creando problemi alle difese avversarie con gare di grande qualità al servizio i suoi compagni, anche se, come Mitchell, ha bisogno di trovare costanza nelle sue prestazioni, aspetto troppe volte assente nella sua carriera. Rubio e Mitchell stanno viaggiando sugli stessi binari e nel corso della stagione dovranno dimostrare continuità per ottenere qualcosa in più.

È indubbio comunque che stiamo parlando di una squadra in crescita, e questo grafico ben rappresenta il grande lavoro svolto da Snyder e la volontà di puntare su una base giovane e di talento, per potersi candidare come una delle antagoniste principali di Golden State. Le parole d’ordine sono pedalare senza sosta, non perdere di vista l’obiettivo finale e crescere dal punto di vista psicologico, quello che fa la differenza tra i grandi campioni e tutti gli altri. Gli Utah Jazz da che parte stanno? Il tempo ci darà le risposte che cerchiamo.

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