Do Rio Travelogue: Vento beffardo

Capita di fallire nella vita, pur avendo dato il massimo. Capita che al secondo tentativo la ruota non giri ugualmente. Capita, quindi, che il vento ostacoli il tuo cammino: è accaduto a molti tennisti scesi in campo per gli ottavi e quarti di Rio, posticipati in seguito ai temporali intensi mercoledì.

Stavolta la pioggia si è dileguata per lasciar spazio al vento, a una tempesta timida ma beffarda, maligna, quella tempesta che devia leggermente la traiettoria della pallina e dei capelli di Nadal, seppur non foltissimi come un tempo. Rafa non ci fa caso al vento, forse penserà che si tratti solo di una scusa per i perdenti: Nadal e perdente nella stessa frase non coesistono, quantomeno in questa Olimpiade. Olimpiade caratterizzata da numerose sorprese, come detto, sul cemento di Rio: si, il vento non si è risparmiato. E allora tuffiamoci in quest’uggiosa giornata di tennis: copritevi, il vento può essere ostico.

Rafa Nadal non teme le forti brezze brasiliane e lo si denota dalle sue staffilate violentissime, dalla furia con cui sferra ogni colpo di racchetta: il suo dritto riscuote ancora un certo timore nel mondo del tennis. Non sembra temerlo Gilles Simon, che inizia con un piglio sicuramente positivo, portandosi sul 2-1: il preludio di una fuga verso la conquista del primo set? Non esattamente. Il vento pare ostile al francese, che subisce la rabbia agonistica dell’uragano Rafa: un turbine di qualità necessaria per liquidare Simon in due set. Proprio il secondo set risulta decisivo ai fini del passaggio del turni e segnala un Simon particolarmente stanco e inadatto a reggere i ritmi di Nadal: game, set, match. 7-6 6-3 e Rafa vola ai quarti.

Ora potrà godersi un po’ di riposo; macché, subito in campo. Una manciata di ore dopo vince il doppio in due faticosi set, incurante dell’intensità degli scambi con Simon e famelico solo di successo, di vittoria, di quella scarica di adrenalina procurata da ogni punto o vittoria siglata.

nadalsimon Rio

Quella scarica la sente anche Juan Del Potro. Altro che vento ostile, l’argentino scatena una vera e propria bufera, un insieme di carisma, qualità, concentrazione, garra: quando il vento sembrava risultare beffardo, Juan ha ribaltato la situazione e ha vinto al terzo set contro Taro Daniel. 6-7 6-1 6-2, Del Potro si conferma tennista dal cuore immenso: provate a fermarlo.

Tenterà nella missione Roberto Bautista-Agut, abile ad archiviare la pratica Muller in due set, 6-4 7-6, con un 7-4 al tiebreak. Il giustiziere di Tsonga ha impiegato meno di due ore per inanellare un quarto di finale importantissimo: a passi silenziosi, Bautista sta marciando verso un piazzamento considerevole. Notevoli anche i dati a suo favore: 91% dei game vinti a servizi, 67% delle palle break vinte. Sarà un bel quarto di finale, dovunque giri il vento.

Non ha girato certamente dalla parte di Donskoy, abituato a climi ben differenti: l’impresa contro Ferrer rimarrà impressa nella sua memoria così come negli annali delle Olimpiadi, ma conta pressoché poco nell’economia dell’incontro odierno: Johnson lo liquida in due set tondi tondi, 6-1 6-1. The American Dream, insomma, spezzato giusto dal doppio perso contro i sorprendenti e affiatati Mergea/Tecau: Steve Johnson procede spedito verso i quarti, dove affronterà – e qui recitiamo tutti insieme un “peccato” – Murray.

Già, perché Murray ha sconfitto all’alba del terzo set il nostro Fabio Fognini, “genio e sregolatezza” made in Italy. Solo Fognini può buttare al vento un set in 29 minuti e al tempo stesso ottenere ben 8 games consecutivi: prendere o lasciare, Fabio è così. Esce a testa alta, con un mezzo rammarico: Murray non pareva così irresistibile. Ha sfruttato il vento quando era a suo favore, vincendo il secondo set 6-2, per poi crollare stremato al terzo 6-3: più che vento beffardo, oseremmo dire carattere beffardo. Peccato per quel challenge che l’ha disintegrato mentalmente.

"Mamma mia, servo come un Under 12"
“Mamma mia, servo come un Under 12”

Il vento ha recitato la sua parte, ogni tanto da comparsa, ma anche da protagonista. Ci sono giocatori, specie giganti, che riescono a domarlo, a braccarlo: è il caso di Gael Monfils, tennista dalla stazza prorompente a cui non abbina sempre giocate bellissime. Pazienza, la bellezza non è il parametro fondamentale, quel che conta è la concretezza: Monfils è concreto, eccome. Sotto di un set, 6-7, diviene un concentrato di forza e spietatezza che lo porta ai quarti, un uragano che spazzerebbe via mari e monti: naturalmente si è limitato a sferrare colpi vincenti ai danni di Cilic.

Chi invece è stato trainato da una folata di passione è Bellucci, padrone di casa che vince in due faticosi set, 7-6  6-4, contro il belga Goffin e manda in visibilio l’Olympic Tennis Centre. Il brasiliano affronterà Nadal ai quarti: comunque vada, sarà un successo. Il vento gira dalla sua parte.

Procede silenzioso il nipponico Nishikori, che procede serrato verso i quarti: 6-2 6-2 ai danni di Martin per confermare che, sotto sotto, la minaccia principale parla giapponese e sferra dritti e rovesci da far accapponare la pelle a chiunque lo incontri.

Insomma, questo vento beffardo ha trascinato a casa buona parte dei nostri italiani, anche in modo clamoroso: Sara Errani e Roberta Vinci subiscono una rimonta inspiegabile: chissà se questo vento maligno ha voluto fare uno scherzetto, oppure il destino, così astutamente contorto da portare in vantaggio le italiane 6-4 3-0, che si rilasseranno come se fossero spiaggiate a Copacabana. La mente vagava, forse agli spogliatoi con il pass per il turno successivo: la frittata è servita, il duo Safarova-Strycova ha rimontato con un doppio 6-4. Fa male, forse troppo: il vento su Rio ha assunto contorni maligni per le nostre due campionesse.

Fa male anche alle spagnole, Muguruza e Navarro, che proprio non digeriscono il clima brasiliano. Un secco 3-6 4-6 a favore della Makarova e Vesnina consegnano un verdetto beffardo: usufruisco di questa parola molte volte, per rendere esplicativo il concetto, il sentimento che provano giocatrici eliminate in un lampo dopo innumerevoli sacrifici. Ne sa qualcosa la Kasaktina, protagonista di una doppia e dolorosa eliminazione: prima l’uragano Keys si avventa con irruenza sul suo percorso, poche ore dopo la coppia Hlavackova/Hradecka è troppo impetuosa per contrastarla.

Abbandonano anche le sorelle Chan: le svizzere Bacsinksky e Hingis non sbagliano e portano a casa il match con due set decisi e poco dispendiosi, 6-3 6-0.

E i singolari femminili? Altro che venti: uragani, bufere. Fenomeni atmosferici troppo imponenti per essere contrastati a colpi di racchettate, seppur ferme e precise: Monica Puig è il tipico esempio di chi nel cemento diventa una bomba ad orologeria pronta ad esplodere: quando fa il botto, la Siegemund ha il destino segnato. 6-1 6-1 e la Puig vola in semifinale, che bella sorpresa.

Monica is on fire. Again.
Monica is on fire. Again.

Attenzione, perché la portoricana dovrà vedersela con la Kvitova, altra giocatrice esemplare di questa Olimpiade. Due set, 6-2 6-0, sono sufficienti per smorzare i sogni della Svitolina: dall’Ucraina con furore, ha pregustato la possibilità di una medaglia dopo aver spazzato via Serena Williams. Ancora non conosceva la prestanza muscolare della Kvitova.

Si è completata anche l’altra semifinale: Keys-Kerber. Madison stravince in due set, 6-3 6-1. Discorso mai aperto, anzi, chiuso prontamente in 54 minuti: concede giusto qualche game alla russa, il cui vento sembra girare contro di lei. E’ il vento che emana ogni colpo sfoggiato dalla Keys, talmente forte da sbaragliare la giovane russa. Si preannuncia uno scontro titanico contro Angelique Kerber, che di angelico possiede solo il nome: giocatrice stellare, mai doma, che si impadronisce del cemento come una leonessa fa con il suo regno, il suo territorio. Neppure la Konta, piacevole realtà di questa Olimpiade, può opporsi alla teutonica che, con l’80% dei games vinti e un 6-1 6-2, aspetta solo la supersfida contro la Keys: due uragani si opporranno in quel di Rio, copritevi.

"Ti aspetto, Madison"
“Ti aspetto, Madison”

Ultimo giro di risultati con il doppio misto, che ci regala una ventata di sano e innocuo ottimismo: il duo Vinci/ Fognini si riprende psicologicamente e batte in tre set la coppia francese Mladenovic/Herbert. Siamo ancora vivi, nonostante la ventata beffarda che ci ha trainato fuori dal tabellone. Proprio nel tabellone la coppia italiana troverà Venus Williams e Rajeev Ram, usciti vincitori contro Bertens e Rojer in tre combattutissimi set, 7-6 6-1 8-10. Procedono la loro corsa anche gli americani Mattek-Sands e Sock, che in un derby di lingua inglese battono i britannici Konta e Jamie Murray.

Chi invece rimane in vita anche nel doppio misto è l’altro Murray, Andy, instancabile atleta che assieme alla Watson batte in due set gli spagnoli Suarez Navarro e Ferrer: fallimento spagnolo in quel di Rio. Giusto Bautista e Nadal tengono alto l’orgoglio iberico: nemmeno quest’ultimo riesce a scendere in campo per la terza volta consecutiva in poche ore, regalando la vittoria per ritiro a Hradecka/Stepanek.

Vincono in rimonta i rumeni Begu/Tecau: la Romania pregusta la possibilità di vincere una medaglia nel doppio. Non la vincerà l’Australia, che perde nuovamente Samantha Stosur, sconfitta assieme a Peers in due set contro Mirza e Bopanna.

Anche questa giornata di Rio è terminata. L’Italia ne esce semidistrutta, lasciando qualche briciola nel doppio misto in cui riponiamo le nostre speranze: il vento ha parlato. Guai a farlo arrabbiare, perché la sua imponenza può risultare indigesta anche ai migliori. Tocca proprio a loro combatterlo e diventare per gli avversari un vero e proprio volto di eolica memoria, una bufera di talento difficilmente contestabile. Una di quelle che non si contrastano solo mettendosi una giacca.

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