Do Rio Travelogue: Il gigante bionico

C’era una volta un gigante. Nato nel 1987 nella fredda Scozia, in quel di Glasgow, forse non avrebbe immaginato di salire nell’Olimpo del Tennis nel giro di 29 anni: si, Andy Murray ha vinto ancora. Ha vinto superando la fatica, il dolore, l’impeto di Juan Martin Del Potro, sostenuto da un pubblico caldissimo che poteva disturbare il britannico. Niente da fare, Andy è un gigante, e dalla fattura di alcune giocate e di alcuni recuperi intravisti nel primo set, al limite del possibile, crediamo possa definirsi bionico. Quando sembrava crollare, tirava fuori un ace devastante, così come quando Del Potro sembrava poter tenere in ballo una partita già segnata al terzo set.

Il primo set è a favore del gigante: dati alla mano, è risultato il set più intenso sul cronometro, ben 1 ora e 15 minuti. DelPo non sarà bionico, ma è argentino, fattore che è risultato favorevole per riagganciare l’incontro e vincere il secondo set 6-4. Sembrava un ping pong continuo, dove nessuno crollava, ma lasciando per strada qualche punto, forse dovuto anche alla relativa stanchezza: l’organizzazione scellerata di questa Olimpiade ha costretto spesso e volentieri atleti giocare due volte al giorno, se non tre come capitato a Nadal.

Ma veniamo ai set decisivi: cuore argentino contro cinismo britannico. Chi avrà la maglia? I contorni titanici dello scontro preannunciavano un infuocarsi della pallina, che scottava davvero: i colpi roventi dei due tennisti ne sono stati la chiara manifestazione. Dritto di Del Potro da una parte, rovescio di Murray dall’altra. Ha avuto la meglio il rovescio, che lo porterà a chiudere 6-2 il terzo set in ben 37 minuti.

 “Ma questo Murray è umano?”

Al di là delle simpatie o antipatie che possa recare, le doti atletiche, fisiche e tecniche dello scozzese sono ammirevoli, difficilmente rintracciabili. DelPo è stato un validissimo avversario, che nel quarto set ha costretto Murray a una dozzina di errori; ma davvero, quando Andy sembrava capitolare grazie al panismo tra Del Potro e il pubblico – “sembra la Bombonera” – il gigante se ne usciva con aces da urlo e colpi serratissimi e decisivi.

 Il numero 141 sta insidiando il numero 2? Davvero?

Si, davvero. Guardando le statistiche, l‘argentino sarebbe uscito prontamente: il mondo non è governato da calcoli matematici, per fortuna. Diciamo per fortuna, altrimenti non avremmo assistito a un Del Potro-Djokovic esplosivo, che ha visto l’eliminazione a sorpresa del serbo; da lì è cominciata una scalata che merita sicuramente il riconoscimento migliore: certo, Murray non ha demeritato nulla, tutt’altro. Del Potro è una di quelle favole lasciate a metà, non proseguite forse per mancanza di inchiostro o desiderio di lasciare quell’alone di magia che ci si aspetta sempre dalle favole.

 Come finirà?

Del Potro è crollato. Ha perso il pallino del match e si è fatto sfuggire la pallina, oltre che la medaglia d’oro. Murray ha vinto il quarto set da 5-3 a 5-7, dimostrando davvero di poter salire sull’Olimpo dei vincenti.

Qualcuno è rimasto deluso. Si, qualcuno si aspettava l‘oro di Del Potro, anzi, forse tutti: il pubblico di Rio, gli appassionati di tennis sul divano di casa, un po’ tutti. Del Potro è l’uomo del popolo, il protagonista di un film dolceamaro, che vede un’impresa spezzata a metà. Murray non era certamente amato in terra verdeoro, specie dal pubblico arrivato dall’Argentina con furore, ma non per questo è risultata meno altisonante la sua vittoria. Secondo oro consecutivo in un’ Olimpiade per un atleta esemplare, forse dai connotati bionici: questo ve lo lasciamo credere noi, in questo pezzo. Se poi avrà realmente connotati bionici, allora avevamo ragione.

 E la medaglia di bronzo?

Ce la stavamo dimenticando. L’ha vinta Kei Nishikori, abile a superare il trauma mentale dell’eliminazione contro Murray – soprattutto per com’è avvenuta – e a rimanere concentrato contro Super Rafa. Sono bastate poco meno di tre ore per consegnare il bronzo al nipponico, giocatore mai entrato sotto la mira spietata e accecante dei riflettori, graziato anche da un tabellone non irresistibile: le prime difficoltà sono sorte nel match contro Mofils, ai quarti, ma il francese è crollato sotto i colpi tenaci ed efficaci di Nishikori, numero 7 ATP non per caso.

Rafa ha tenuto il pallino del match solo nel secondo set, in cui ha portato a casa un tie-break soffertissimo, da campione: d’altronde non si vince la medaglia d’oro per pura casualità. Lui l’ha conquistata, in tandem con Marc Lopez, e forse per questo motivo Rafa ha attenuato la sua ira derivante dal suo mancino letale: il giapponese aveva qualcosa in più. In campo nessuno è rimasto deluso, perché Nadal ha mantenuto intatto l’oro nel doppio e Nishikori ha conquistato il bronzo: e vissero tutti felici e contenti. 

Vissero felici e contenti anche il duo Makarova e Vesnina, che hanno liquidato le svizzere Bacsinszky e Hingis in 1 ora e 39 di battaglia (quasi) a senso unico, condita da un doppio 6-4 che ha lasciato alle svizzere l’argento. Ma una medaglia è pur sempre una medaglia.

 Certo che l’oro…

Lo avranno pensato Venus Williams e Rajeev Ram, che hanno perso lo scontro targato USA contro Mattek-Sands e Sock: l’American Dream ha premiato come vincitori proprio quest’ ultimi, autori di un 6-1 che ha rasentato la perfezione nel secondo set – con l’86% dei game vinti – per poi chiudere i giochi con un 10-7. La medaglia di bronzo, invece, se la sono presa Hradecka e Stepanek grazie a un 6-1 7-5.

Finisce così la sessione tennistica targata Rio 2016, in un turbinio di emozioni che vi abbiamo raccontato con piacere, sperando davvero che vi sia piaciuto. L’uragano Puig al suo primo oro, l’eliminazione di Nole e Serena Williams, il ritorno del “vecchio” Rafa e soprattutto Del Potro. L’uscita sorprendente del duo Errani-Vinci, la pazza partita del solito Fognini contro Murray, il secondo oro consecutivo proprio di Andy. Lo spettacolo non è certamente mancato, anzi, ha regalato storie piacevoli da sentire e leggere, con un finale comunque scontato, che ha visto trionfare il gigante bionico.

Saudade!

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