Una storia triste e una felice

La storia dello sport è satura di racconti sulla rinascita e l’autodistruzione, volontà di rivalsa e testardaggine disfattista. È raro però che due percorsi in grado di accomunare una coppia di giocatori dalle biografie profondamente interconnesse trovino un loro spartiacque nella stessa stagione sportiva, portando i due protagonisti a sorti completamente opposte. Carmelo Anthony e Derrick Rose, pur avendo quattro anni che li dividono anagraficamente, rappresentano in qualche modo una stessa categoria di giocatori riconosciuti, famosi per aver lasciato il segno nella lega professionistica di pallacanestro più famosa nel mondo. Sono fenomeni globali: quante canotte rosse con il numero 1 girano ancora oggi, pur essendo terminata da due anni abbondanti l’avventura di Rose a Chicago? E in quanti campetti del mondo il jeb step di ‘Melo è ancora uno dei movimenti di tiro che danno più swag e prestigio a chi ha il coraggio di tentarlo e il talento per segnarlo? Anthony e Rose sono due campioni iconici ma incompiuti, due straordinari attaccanti incapaci, per un motivo o per un altro, di portare le loro squadre a competere realmente per qualcosa di importante.

Praticantato

C’è un periodo nella carriera di ogni giocatore nel quale gli si dà tempo per crescere, maturare, migliorare in quei fondamentali in cui ancora latita. Questo succede principalmente con quelle che in futuro potrebbero diventare star della lega, giocatori franchigia in grado di risollevare le sorti della loro squadra. Ci vorrà qualche stagione, ad esempio, per vedere Trae Young maturare definitivamente ad Atlanta; addirittura Karl-Anthony Towns, scelto dai Timberwolves al Draft 2015 con la prima scelta, non sembra ancora un giocatore completamente formato – soprattutto in difesa.
Né Anthony né Rose, però, hanno richiesto questo genere di attesa. ‘Melo già dal suo primo anno nella lega riuscì a portare Denver ai playoff (nella stagione precedente al suo arrivo il record era stato disastroso: 17-65), mentre Rose vinse il premio di miglior giocatore stagionale nel giro di due anni dall’approdo ai Bulls. Paradossalmente, però, i due hanno dovuto usufruire di questo – si potrebbe dire – periodo di praticantato in un momento successivo: ad Anthony, da quando si è allontanato dallo skyline della Big City, è stato richiesto di sviluppare il suo gioco off the ball e di concentrarsi maggiormente in difesa; Rose, dopo i ripetuti e drammatici infortuni, ha dovuto migliorare il tiro da tre e si è focalizzato sull’impatto entrando dalla panchina. Le loro due strade, però, proprio nello stesso periodo così segnante, si sono – forse definitivamente – allontanate verso direzioni opposte.

Rose e Anthony | numerosette.eu

Anthony alla deriva?

Carmelo Anthony è un giocatore che ama avere la palla in mano, essere protagonista e al centro dell’attenzione. Ne ha bisogno, tant’è che quando, durante il media day di settembre 2017, a Oklahoma City, un giornalista si è azzardato di chiedergli se ci fosse la possibilità che ‘Melo desse il suo contributo ai Thunder come sesto uomo, il Supereroe-Col-Cappuccio ha risposto ridendo con gusto.

Il basket, però, negli ultimi anni si è evoluto tantissimo, spinto dalla crescente attitudine a tirare da tre e giocare a ritmi elevati. Il dominio da playground, fatto tutto di isolamenti, cento palleggi, tiri in sospensione, uno contro uno, è oggi una difficile ipotesi che solo in pochi si possono permettere. Con i Thunder, ‘Melo è sembrato non capirlo. E così nella passata stagione si è rapidamente passati dall’entusiasmo di vedere un grande campione mettersi in discussione in una nuova piazza e condividere lo stage con altri All-Star della sua stessa specie, alla delusione scottante di vedere – come dice J-Ax nella sua ultima canzone – un giocatore “per la prima volta vecchio”. Anthony è stato assorbito dal tornado della rivoluzione del gioco, incapace di leggere il cambiamento e adattarsi ad esso. La stagione dei Thunder è stata un continuo accelerare e inchiodare, senza soluzione di continuità. I momenti più alti che la squadra di coach Donovan ha toccato sono state probabilmente le due vittorie contro i Warriors in regular season, che sembravano aver segnato momenti decisivi di ripartenza. La dura verità però è emersa durante i playoff: Oklahoma City, che a inizio stagione era in lizza per diventare la sfidante proprio di Golden State, è uscita malamente contro i solidi Jazz dopo sei partite. A ‘Melo era stato richiesto di giocare senza palla, di agire come stretcher per la squadra, allargando il campo per le penetrazioni di Westbrook e segnando il maggior numero di triple in spot-up: un ruolo che un giocatore così carismatico e egocentrico non poteva accettare. Risultato: a luglio dell’ultima estate arriva la trade che lo spedisce agli Hawks – che lo tagliano, permettendogli di firmare con i Rockets.

D-Rose sta tornando?

Derrick Rose invece deve ricordare molto bene quel 22 giugno 2016. «Porterò il numero 25 per loro, per la mia gente, per far sentire loro che non li ho dimenticati» dichiarò durante la conferenza di presentazione con i Knicks. Rose era stato appena scambiato dai suoi Bulls alla squadra della Grande Mela – che lo aveva ottenuto in una trade per creare una versione customizzata dei Big 3, con Porzingis al suo anno da rookie e appunto Carmelo Anthony. Sulla sua carriera fino a quel momento avevano ovviamente pesato gli infortuni, in grado di fermare un’ascesa da predestinato. E quell’addio alla città del vento sembrò un po’ anche un punto di non ritorno.

Prima dell’infortunio era questa cosa qui.

La rottura del legamento crociato sinistro nel 2012, la lesione del menisco destro l’anno successivo e i ripetuti problemi alle caviglie avevano inevitabilmente plasmato un giocatore nuovo, una versione 2.0 però più lenta e meno efficiente. Rose si era accorto di non essere più lo stesso. Magari poteva essere l’aria di casa, la pressione che il suo popolo a Chicago gli aveva posto su quelle gambe fragili che non potevano più reggerla. E così la sua storia si incontra, materialmente, con quella di Anthony nella Big Apple. E D-Rose, proprio come il suo compagno, non accetta il tempo che passa, giocando per tutta la stagione come non fosse mai successo nulla di traumatico ai suoi muscoli, che però non rispondono come vorrebbe. La squadra non fa tanto per creare un ambiente vincente, e infatti i Knicks finiscono la stagione al 12° posto ad est e il contratto in scadenza di Rose non viene rinnovato. Derrick ci riprova vicino ad un’altra superstar – LeBron James a Cleveland – ma niente: i salti al ferro sono solo un bel ricordo ingiallito, un sogno vintage che sembra non poter tornare. E allora l’ex-MVP tocca con mano l’idea di ritirarsi e non mettere più piede sul parquet. Lo convince il suo ex-allenatore dei tempi di Chicago, coach Thibodeau, con cui ha un’ultima chance a Minnesota, dopo la trade che l’aveva portato a Utah e il taglio con i mormoni.

Le strade si separano

All’inizio di questa stagione, ancora una volta, le strade di questi campioni appesantiti si intersecano come le eliche del DNA. Entrambi sono chiamati a riscattarsi, a scrivere una storia diversa e a cambiare il loro stile di gioco: ne va della loro permanenza in una lega che ha sempre più bisogno di giocatori funzionali. E’ un punto di contatto fugace, come uno sguardo intercettato dal cruscotto dell’automobile mentre si è fermi davanti al semaforo rosso; quando si riparte, però, i percorsi si separano.

Carmelo Anthony è la svolta triste del nostro racconto. ‘Melo è stato da pochi giorni messo fuori dalle rotazioni nei Rockets e il suo contratto verrà rescisso non appena si presenterà qualche opportunità per il giocatore – ergo: qualche squadra si interesserà alle sue prestazioni. L’unica proposta concreta però, per ora, gli è giunta dalla nazionale di Puerto Rico. Anthony è sempre il solito giocatore: a Houston è stato prezioso solo nell’attacco in post, mentre non ha dato nulla in difesa, nei tiri dagli scarichi e entrando dalla panchina. ‘Melo è vittima del suo stesso gioco, che l’ha reso grande nella prima metà della carriera e lo sta affossando oggi, rendendolo una pesante e rischiosa incognita con cui poche squadre vogliono avere a che fare. Sinceramente ogni tipo di narrazione che preveda un cambiamento da parte di Anthony sembra di difficile realizzazione, ad oggi. Ci piacerebbe essere smentiti, magari vedendolo spaccare le partite come realizzatore dalla panchina nei Lakers di LeBron.

E’ appagante, invece, osservare come la carriera di Derrick Rose non sia andata definitivamente in mille pezzi, ma che è possibile vedere ancora qualche scorcio di grande giocatore. Ai T’Wolves il numero 25 ha imparato dai suoi errori ed è cresciuto dove il suo gioco ristagnava: 16 partite non sono molte, ma ad oggi tira 3.8 triple a partita con il 46% di precisione (mai toccato un dato del genere in carriera), è un buonissimo realizzatore dalla panchina e una guida esperta per la second unit. Sarebbe scorretto fomentare la narrativa nostalgica che molti portano avanti parlando del ritorno di un giocatore che non esiste più, ma la verità è che il nuovo D-Rose è un elemento utile e affidabile – al netto dell’integrità fisica – ed è sinceramente bello constatare come sia ancora una presenza sensata in una lega che sembrava averlo respinto del tutto.

Rose ha già ottenuto il fantastico traguardo di 50 punti in una partita quest’anno – suo massimo in carriera.

Anthony e Rose oggi seguono due traiettorie che puntano a destinazioni opposte: chissà, magari un giorno si incroceranno di nuovo.

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