De Republika

Nel gennaio del 2017 il Rayo Vallecano sta navigando a vista nella medio-bassa classifica della Segunda División, la serie B spagnola. La retrocessione è arrivata solo 6 mesi prima e, come è ovvio che sia per una formazione che retrocede all’ultima giornata, la delusione del ritorno ad una categoria inferiore si traduce in una carenza di risultati.
Per dare una svolta, viene ingaggiato, in prestito dal Betis, l’attaccante Roman Zozulya. Un lusso, considerando che il giocatore nativo di Kiev aveva contribuito, appena 2 anni prima, a portare il Dnipro in finale di Europa League.
Con la maglia biancorossa Zozulya però non giocherà mai, perché la sua avventura alla periferia di Madrid durerà solo qualche giorno.

Il motivo del repentino allontanamento di quello che poteva essere la punta di diamante della squadra non riguarda il campo, ma ha a che fare con la natura stessa del Rayo.
All’arrivo a Siviglia nell’estate del 2016, l’ucraino si era presentato in aeroporto con la maglia di un partito di estrema destra del suo paese, un gesto impossibile da accettare per la gente di Vallecas.
E infatti ci misero giusto un paio di giorni per convincere i dirigenti e lo stesso ex giocatore del Dnipro a tornare sui loro passi.
E lo fecero in modo piuttosto energico.

lo striscione dei tifosi del Rayo per Zozulya | Numerosette Magazine
la “calda” accoglienza per Zozulya.

Identitario e antifascista

Quella appena raccontata potrebbe sembrare quasi una storia d’altri tempi, non attuale nel cinico mondo calcistico del 2018. Vero, ma al Rayo Vallecano non è mai interessato stare al passo coi tempi. Piuttosto, gli è sempre importato mantenere i connotati identitari della comunità da cui viene. Vallecas e il Rayo non sono due concetti scindibili. Sono intrecciati e uniti per sempre in quel sobborgo di Madrid che ha fatto della solidarietà e dell’antifascismo i suoi tratti distintivi.
Nonostante la propensione all’integrazione, uno come Zozulya non poteva essere accettato in un club che fa propri degli ideali simili.
Perché questa squadra è prima di tutto la voce di un posto dimenticato da tutto e da tutti nella Spagna e nel mondo, e, anche se può sembrare banale, è opportuno tenerlo presente se vogliamo parlare del Rayo Vallecano. E, sebbene giornalisticamente venga spesso usata a sproposito, non dovete pensare che l’espressione “dimenticato da tutti” sia inadatta per descrivere il posto in cui vi stiamo metaforicamente portando.

Vallecas è infatti la zona più povera di una città relativamente benestante come Madrid, un luogo nel quale si stiparono i moltissimi spagnoli che, anni addietro, arrivarono in cerca di fortuna nella Capitale da ogni zona del Paese.
Il posto, dall’essere una cittadina, diventò un sobborgo di Madrid da più di 300mila abitanti, un grande quartiere operaio che ospitava buona parte del neo proletariato madrileno. La giustizia sociale qui non è ancora in parte arrivata e spesso, anche se negli ultimissimi anni qualcosa sta cambiando, le politiche di riqualificazione si sono dimenticate di passare.
Una situazione che poteva sfociare in qualcosa di grave, ma che invece ha creato un sorprendente spirito solidale ancorato ai valori del reciproco aiuto e, come detto, dell’antifascismo.
Il Rayo, in questo senso, è stato forse un mezzo, un megafono che ha consentito ai Vallecanos di far sentire la loro voce su tutti i campi di Spagna. Un canale per il quale provano un immenso orgoglio, nonostante non abbiano i successi del Real o il nuovo status dell’Atletico. I Rayisti, alla fine, si accontentano dell’onore di avere el único club de barrio en La Liga.

Bukaneros sin el mar

Come spesso capita quando si parla di squadre non proprio di prima fascia, dove chi crea la mistica del club sono i tifosi, anche il Rayo e la sua identità trovano massima espressione nei suoi tifosi, specialmente nel gruppo noto come “Bukaneros“.
Nato nel 1992, deve il suo nome alla simulazione della battaglia navale che, ogni anno, si svolge per la Fiesta del Carmen, patrona di Vallecas.
Il motto che hanno scelto è il riassunto dei tre pilastri della loro vita: “Rayo, Clase Obrera y Antifascismo“.
Una dichiarazione d’intenti verrebbe da dire, che però i Bucanieri non hanno mai perso di vista, tra iniziative sociali in favore dei poveri Vallecanos e le polemiche contro l’attuale presidente della Lega, Javier Tebas, personaggio controverso con un passato in Fuerza Nueva, vecchio partito spagnolo di estrema destra e di estrazione franchista.

A queste tre parole ne va aggiunta una quarta, altrettanto importante e sentita: “antirazzismo“.
Se infatti, come vi abbiamo detto, negli anni che furono la zona vide gli arrivi di molti altri spagnoli in cerca di fortuna, oggi è il turno di molti stranieri, che arrivano in cerca di lavoro.
Qui trovano un popolo pronto ad accogliere, tant’è che molti dei nuovi arrivati preferiscono affollare le tribune del Campo de Fútbol de Vallecas, piuttosto che quelle dei più famosi Bernabeu e Wanda Metropolitano.
I Bukaneros contribuiscono a loro modo, organizzando ogni anno “el Día contra el Racismo en los Estadios de fútbol”. Si tratta di una giornata in cui invitano una cinquantina di immigrati a giocare a calcio e ad assistere ad una gara del Rayo, una grande iniziativa nata nel ’97 e lodata anche da alcuni movimenti politici madrileni.
E, anche qui, siamo quasi di fronte ad un unicum, perché trovare dei politici che plaudono le gesta di un gruppo di ultras è cosa abbastanza rara. Ma a Vallecas lottare contro il razzismo è una normalità impressa nei cuori delle persone e anche sui muri.

Il Rayo è sempre stato contro il razzismo | Numerosette Magazine

I Bukaneros hanno da sempre onorato questi valori. Ne è un esempio il loro amore verso la tragica storia di Wilfred Abgonavbare, portiere della squadra negli anni ’90, morto di tumore a 48 anni, in un post carriera passato in semi povertà.
Idolo assoluto della curva, balzò agli onori della cronaca per una grande prestazione contro il Real Madrid, a cui seguirono minacce e insulti razzisti dai tifosi Blancos.
Da lì divenne praticamente un figlio adottivo di Vallecas, tant’è che alla fine della carriera si stabilì definitivamente nel Barrio, diventando post mortem un simbolo di appartenenza, effigiato sui muri dello stadio e in giro per il quartiere.
Dopo la sua dipartita, proprio i Bukaneros si resero protagonisti di una gara di solidarietà, pagando ai figli di Willy i biglietti aerei per Madrid, in modo di poter partecipare ai funerali del padre.

I murales di Abgonavbare sono ovunque esista il Rayo | Numerosette Magazine
I murales di Abgonavbare sono ovunque nel mondo del Rayo.

Il Rayo in versi

Nella sua mistica, poteva forse il Rayo non essere immortalato in qualche canzone? Ovviamente no.
E, ancora più ovviamente, il gruppo che gli ha dedicato dei versi è tutto ciò che potreste pensare di una band che dedica una sua melodia a questa squadra.
Gli Ska-P sono un gruppo nato e cresciuto per le strade di Vallecas, divenuto noto a Madrid attraverso le frequenze di Radio Vallekas, una trasmittente libera della zona.
Facendo una breve e superficiale ricerca, si apprende che il loro genere è un ibrido tra lo Ska-Punk e l’Anarcho-Punk, che è una deviazione del Punk-Rock incentrata sui temi dell’anarchia e del pacifismo. E a questo punto potreste pensare che ci troviamo di fonte ad uno stereotipo, ma è così.
Loro, all’interno dell’omonimo album di debutto del 1994, in mezzo a tracce per noi quasi sconosciute ma notevoli, come Reality show , inseriscono una canzone chiamata “Como un Rayo.
Il testo tratta appunto del legame tra il barrio, i suoi abitanti e la squadra, trattato con il solito linguaggio identitario.
Una rivendicazione dell’orgoglio di appartenere al popolo rayista, nonostante, come dicono gli Ska-P, l’assenza dei Romario e dei grandi capitali.

Como un Rayo è l’inno di una comunità e di una tifoseria che non hanno mai accettato che i loro nobili ideali fossero legati alla posizione in classifica della loro squadra, e che infatti hanno scalato un’ideale classifica della fama, arrivando ad essere tra le più conosciute.

E questo, per chi si è sempre battuto in prima linea, è almeno una piccola soddisfazione. A loro basta così, anche se si sentono dimenticati dalla Spagna e dall’Europa, anche se hanno la povertà e le disuguaglianze sociali, anche se molti li indicano come banditi. Loro se ne fregano e continuano a lottare per i loro tre pilastri.
Ve li ricordate? Rayo, Clase Obrera y Antifascismo.

Del resto, non può essere un caso che il Rayo abbia ottenuto la sua prima promozione in Primera División nel campionato successivo all’anno della morte di Franco.

 

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