Poco tempo fa parlavamo del mojito e delle sue origini tra caraibi e cockteleria cubana. Oggi completiamo il quadro di una ricchissima cultura del bere con un altro formidanile drink del Golfo del Messico. Signori, il Daiquiri. Un cocktail per tutte le rivoluzioni (serali o storiche)

L’Avana, Cuba

«Mandò giù il Daiquiri troppo in fretta e quando uscì dall’Habana aveva gli occhi che gli dolevano».

Il nostro agente all’Avana, Graham Greene.

E’ il 1898. Nelle acque di L’Avana sta affondando una nave. Batte bandiera statunitense, ma non è un trasporto commerciale o passeggeri, è una corazzata policalibro. Si chiama USS Maine. Le cause dell’esplosione che la costringe ad inabissarsi sono ignote, volendo anche ambigue, dato che il suo sprofondamento diviene il casus belli del conflitto ispano-americano. Le due nazioni si dichiarano guerra. Gli americani sostengono i movimenti indipendentisti delle colonie spagnole e in quella che fu definita splendit little war prevalgono nell’arco di pochissimo tempo.

Un marine della Maine si butta in mare per salvarsi la vita e finisce su una spiaggia dal nome interessante. La spiaggia di Daiquiri, nei pressi di un piccolo agglomerato di case a sua volta noto come Santiago de Cuba. L’anonimo marinaio è condotto dalla sete in una baracca, che scopre essere una mescita di rum. Ma il rum bianco e liscio non riesce a mandarlo giù, così si fa allungare il liquido con succo di lime e zucchera il tutto. Questo cari amici è un Daiquiri, ma purtroppo la veridicità del racconto è assai dubbia, solo una bella leggenda probabilmente.

Tuttavia le origini del cocktail fanno capo a storie che abitano sempre gli stessi luoghi, le terre della rivoluzione indipendentista cubana. Nomi e personaggi legati al Daiquiri ritornano. C’è un bartender del locale Floridita, luogo associato ad uno dei massimi sbevazzoni della letteratura americana, Ernest Hemingway, che si chiama Emilio Gonzàles. El Pais in un articolo che omaggia il suo passaggio a miglior vita lo restituisce come l’inventore del Daiquiri. Sicuramente Maragato, come si faceva chiamare Gonzàles, ne ha serviti parecchi insieme a Costantino Ribalaigua, fondatore del Floridita.

El Floridita

Sicuramente Hamingway ne bevve altrettanti, senza zucchero però. Ma un uomo, un ingegnere italiano di nome Pagliuchi, che aveva combattuto nell’esercito di liberazione cubano contro la Spagna (eccoci di nuovo), scrive al quotidiano El Pais per specificare che il Daiquiri lui l’aveva visto nascere. Non dietro il banco e tra le mani di Maragato ne “la cuna del daiquiri” , bensì ad opera di un altro ingegnere minerario: Jennings S. Cox. A disposizione dei due assetati ingegneri c’era rum (per la precisione c’era il Bacardi, di Facundo Bacardi), ghiaccio e limoni. Shakerarono e servirono freddo, scolato.

“Come si chiama questo cocktail?.

“Non ha un nome…è rum sour“, rispose Cox.

“Questo nome non è degno. Lo chiameremo Daiquiri”.

A ritornare è anche il nome di Cox, oltre che la rivoluzione, Cuba, Santiago, El Florida. Insomma: in qualsiasi modo sia successo, il Daiquiri nasce nella rivoluzione. Quella a base di guerriglia degli abitanti di Cuba, e poi quella della cultura del bere, che esplode nei bar dell’isola, potente, ispiratrice, raffinata, come testimonia la nascita della prima vera scuola di cockteleria al mondo: l’ Asociacion de Cantineros de Cuba, grazie a Emilio Gonzàles.

Ad omaggiare il drink ci sono fiumi di citazioni, opere letterarie, cinematografiche e di cultura varia. Tra queste comparsate del cocktail: un daiquiri è elemento fondante della trama di Assasinio allo specchio di Agata Christie, che ebbe una bellissima trasposizione cinematografica negli anni ’80. Nel film Kim Novak, stupenda e molto audace, a confronto con lo sguardo mozzafiato di Liz Taylor. Chi altro compare di sfuggita? Pierce Brosnan, allora anonimo, ma curiosamente legato a Cuba da altre pellicole e al mojito in una scena di 007 che abbiamo già visto qui.

Sempre connesso al tema spionaggio made in Cuba e relative bevande d’ambiente, oltre a Brosnan, c’è Il nostro agente all’Avana, romanzo del ’58 di Graham Greene tra lo spionaggio e l’umorismo geniale di uno sguardo satirico sui modi drammatici della Guerra Fredda.

Qui il sapore del cocktail conquista le pagine e pervade le atmosfere, avendo una presenza maggiore di una semplice comparsa. Un venditore di aspirapolveri viene ingaggiato dai Servizi Segreti inglesi, i gabbiani punteggiano i tramonti dell’Avana e nemesi impacciate e bugiarde delle spie affascinanti della tradizione Flaming dovranno arrangiarsi tra un drink e l’altro.

 

 

«Era l’ora del daiquiri, e nel Wonder Bar il dottor Hasselbacher si stava gustando il suo secondo scotch».

Il nostro agente all’Avana, Graham Greene

Sloppy Joe’s in una scena del film Il nostro agente all’Avana,del ’59.

Vi lasciamo con la formula che piace a noi di Numerosette, dando per scontato che qualsiasi interesse per questo cocktail vi porterà a scoprire decine di varianti possibili, e lascia a voi e al vostro gusto il banco della sperimentazione. 6 cl di Rum bianco, succo di mezzo lime, cucchiaio di zucchero di canna, shekerare e filtrare in coppa da cocktail. No guarnizioni.

Prosit!