Come sta cambiando l’NBA?

Stanchi di sentire il minuzioso racconto degli spostamenti di Cristiano Ronaldo? Di ascoltare le telefonate hot tra Leonardo e Marotta? Di provare a elencare uno per uno i 250 acquisti della Roma di Monchi? Prendiamoci una pausa dal calciomercato nostrano per buttarci sulla sua controparte NBA: la Free-Agency, una delle più movimentate degli ultimi anni.

L.A.Bron

Per i pochi che non se ne fossero accorti, LeBron James ha di nuovo lasciato Cleveland. Questa volta però ha scelto di tenere un profilo leggermente più basso, lontano dalla Decision che infiammò il dibattito sportivo (e non) americano nel lontano 2010, quando decise di portare i suoi talenti a Miami. Questa volta il cambiamento è stato ancor più radicale, vista la scelta dei Lakers come prossima franchigia e, dunque, della Western Conference come prossima meta su cui espandere il proprio regno, dopo otto apparizioni consecutive alle NBA Finals sulla East Coast. I 154 milioni (nei prossimi 4 anni, con player option alla fine del terzo anno) messi sul piatto da Magic Johnson giustificano solo parzialmente la scelta di LeBron: il numero 23 avrebbe, infatti, ottenuto di più rimanendo a Cleveland, ma è evidente che il suo rapporto con la dirigenza fosse ormai compromesso vista l’incapacità di assemblare un roster competitivo per sfidare l’egemonia di Golden State.

Andate a 0:35 per vedere la disperazione di LeBron dopo aver portato i Cavaliers a giocarsi la vittoria in Gara 1.

I motivi non si fermano però soltanto al lato sportivo: LeBron aveva infatti premesso che la scelta sarebbe stata influenzata dal benessere della sua famiglia; inoltre Los Angeles rappresenta il punto nevralgico degli affari per il James-imprenditore. Concentrandoci però sul profilo tecnico, per i Lakers rappresenta sicuramente il miglior scenario possibile. Dopo anni di anonimato, ravvivati soltanto dal Farewell Tour di Kobe Bryant, la sola acquisizione del King pone la franchigia di diritto tra le contender al trono della Western Conference vista la capacità di LeBron di migliorare i propri compagni di squadra. Sul suo possibile apporto personale è addirittura superfluo soffermarsi: l’ultima stagione ha infatti dimostrato, una volta di più, quanto il numero 23 sia capace di dominare su entrambi i lati del campo, dimostrandosi certamente il giocatore più completo dell’intera NBA.

Los Angeles e l'accoglienza per Lebron James | numerosette.eu
La città non è però ancora pronta ad accogliere il nuovo King

Supporting Cast

Se per i Lakers la logica dell’affare è facilmente intuibile, dal punto di vista di Lebron le giustificazioni sono da ricercare soprattutto fuori dal campo di gioco. Sul tavolo del Re erano presenti offerte che gli avrebbero permesso sin da subito di puntare al titolo senza dover aspettare la crescita di Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma, componenti ideali del core dei nuovi Lakers. Soprattutto considerando la concorrenza all’interno della stessa Conference. Philadelphia era l’ipotesi più affascinante, soprattutto in vista della possibile coabitazione con Ben Simmons (da lui stesso definito come possibile suo erede) e Joel Embiid, già vicini ad affermarsi come vere proprie superstar. Houston, al contrario, la via più breve per puntare a vincere subito, anche se i modi per realizzare l’operazione sarebbero stati più complicati visto che i Rockets non avrebbero avuto lo spazio per firmare il giocatore.

Al momento il roster dei Lakers è stato rinforzato dall’arrivo di Rajon Rondo – rigenerato dopo i buoni play off disputati con i Pelicans – Lance Stephenson e del (bi) campione NBA Javale McGee. Un po’ poco per puntare alla vetta della Western Conference. In molti si aspettavano che Magic Johnson forzasse sin da subito la mano per portare il promesso sposo Kawhi Leonard a Los Angeles, ma le richieste dei San Antonio Spurs sono state ritenute eccessive dalla dirigenza, convinta di riuscire a convincere il giocatore la prossima estate. La stessa operazione che avrebbe dovuto portare Paul George a vestire la maglia gialloviola quest’anno, prima che l’ala piccola decidesse di rimanere ai Thunder. L’idea potrebbe dunque essere quella di aspettare l’inizio della stagione o la deadline del mercato (fissata a febbraio) per testare il roster e verificare chi può far parte della nuova dinastia Lakers. La capacità attrattiva della città degli angeli permetterà certamente a LeBron di allestire una squadra competitiva nei prossimi anni: un’impresa ormai impossibile rimanendo a Cleveland.

Win-Win situation?

Quando a febbraio parlammo per la prima volta del problema Leonard in casa Spurs, in pochi immaginavano un epilogo del genere. Troppo forte era infatti la convinzione che, alla fine, lo strappo si sarebbe ricucito e che la superstar con il numero 2 potesse continuare a vestire la maglia neroargento.

Lo scenario è però precipitato con l’inizio della off season. Leonard ha, infatti, chiaramente manifestato l’intenzione di cambiare area, lasciando intuire la sua destinazione preferita (nello specifico, i Lakers). Gregg Popovich e R.C. Buford hanno però richiesto alla dirigenza gialloviola almeno due tra Ball, Kuzma ed Ingram per agevolare una ricostruzione ormai inevitabile: di fronte alla riluttanza della franchigia losangelina a privarsi dei loro giovani talenti, gli Spurs hanno deciso di sondare il mercato per vedere le migliori offerte sul tavolo. I Toronto Raptors hanno presentato l’unica offerta che permetterà agli Spurs di rimandare di qualche anno la rifondazione, includendo nel pacchetto la loro superstar Demar DeRozan. Lo scambio prevede anche il passaggio di Danny Green in Canada, di Poeltl, e una futura prima scelta a San Antonio.

Free Agency NBA: Leonard passa ai Toronto Raptors | Numerosette Magazine
Citando un commento su Facebook: ho visto ostaggi esibire un sorriso più convincente.

Quella che inizialmente veniva presentata come una trade capace di deludere entrambe le parti coinvolte – caso più unico che raro – con il passare dei giorni sembra sempre più convincente. Come sottolineato da questo articolo di The Ringer. Al netto delle incognite fisiche e caratteriali, Leonard rappresenta uno dei primi cinque giocatori della NBA per impatto su entrambi i lati del campo e potrebbe essere il tassello che è mancato in questi anni ai  Raptors per arrivare al vertice della Eastern Conference – complice la partenza del vero ostacolo insormontabile, LeBron James. Il rischio di aver lasciato andare la propria star per il leasing di Leonard esiste, visto che il giocatore ha comunque ribadito la sua volontà di firmare per i Lakers al termine del suo attuale contratto (2019). L’arrivo di Danny Green non va sottovalutato in quanto si tratta di uno dei migliori difensori perimetrali della Lega, mentre la scelta ceduta è comunque protetta (top 20).

Dal lato dei San Antonio Spurs, la perdita di Leonard rappresenta un colpo al cuore per tifosi e dirigenza. Quello che nelle intenzioni doveva essere l’erede di Tim Duncan ha infatti deluso le aspettative, dimostrando atteggiamenti non proprio in linea con la Spurs Culture mostrata in questi anni dalla franchigia. Ottenere un All Star in cambio di un giocatore in acclarata rotta di collisione può essere già considerato un successo: DeRozan è reduce dalla sua miglior stagione in carriera (quantomeno in Regular Season) e potrebbe portare dei vantaggi immediati al team diretto da Gregg Popovich. Per quanto il suo gioco sia in controtendenza rispetto al resto della NBA – 89 triple realizzate in stagione con una percentuale del 31%, dato ormai insolito per una guardia –  esso potrebbe adattarsi allo stile della sua nuova squadra, quartultima dell’intera NBA per numero di triple tentate a partita. La convivenza con Lamarcus Aldridge, altro amante dei tiri dal cosiddetto Mid Range, è però tutta da verificare. La famosa capacità dello staff degli Spurs nel migliorare i giocatori potrebbe però dare i suoi frutti anche con DeRozan.

Quel che è certo è che gli stati d’animo di entrambi i giocatori sono molto simili. Tra accuse di lealtà tradita e voglia di cambiare aria nell’immediato futuro. Forse sono proprio loro gli unici a non essere soddisfatti della trade.

 

 

La firma più discussa

Questa la sentenza data dagli utenti di Reddit dell’operazione che ha portato Demarcus Cousins ai Golden State Warriors. Su Urban Dictionary è possibile trovare la definizione di Ring Chaser.

Atleta senza orgoglio che si unisce ai suoi rivali per vincere un titolo senza alcuna fatica.

Certamente non si tratta della più lusinghiera delle descrizioni. Le stesse parole vennero usate per l’arrivo di Kevin Durant ai Warriors.

Il profilo che certamente ha fatto più discutere, oltre alla possibilità di aggiungere un’altra All Star al quintetto più forte della NBA, è certamente quello economico. Cousins si è infatti accontentato della mid-level exception da 5.3 milioni di dollari, riservata alle squadre che superano il tetto della Luxury Tax (per ulteriori spiegazioni, qui) dopo aver rifiutato, durante la stagione, l’estensione contrattuale proposta dai New Orleans Pelicans che gli avrebbe permesso di guadagnare circa 40 milioni di dollari nelle prossime due stagioni. Offerta recapitata al giocatore dopo il terribile infortunio di cui è stato vittima: la rottura del tendine d’Achille.

Dal punto di vista logico, però, Cousins ha probabilmente fatto la miglior scelta per la propria carriera. Per quanto risulti difficile credere che nessuna squadra lo abbia contattato all’inizio della Free Agency, il centro ex New Orleans e Sacramento ha scelto un contesto che gli permetterà una riabilitazione graduale, senza forzare i tempi di recupero. Golden State rimane la squadra da battere anche senza la sua presenza e sarà lui a dover adattarsi al sistema costruito da Steve Kerr. Per quanto si tratti, inoltre, di un giocatore dall’incredibile talento, sono molte le zone d’ombra del suo gioco. Partendo dalla metà campo difensiva, non esattamente declinata allo stesso livello di quella offensiva, per arrivare alla scarsa capacità di lettura veloce di alcune situazioni di gioco, unita al bisogno di fermare spesso il pallone per giocare in isolamento: concetti in controtendenza con il flusso di gioco predicato da Golden State in questi anni. Per non parlare poi di un’etica del lavoro da molti segnalata come vera debolezza del giocatore, unita all’alto numero di falli tecnici fischiati a suo sfavore.

Quella che inizialmente sembrava essere una firma da sogno potrebbe dunque rivelarsi tale solo per gli appassionati di NBA 2K. Innanzitutto bisognerà valutare le sue condizioni dopo l’infortunio. Se Kerr dovesse riuscire a integrare anche Cousins nel suo sistema si parlerebbe certamente di Death Lineup 2.0.

Ultima chiamata per Carmelo

Qui il discorso si fa più complicato e, per capire se questo scambio potrà cambiare gli equilibri della NBA, è necessario includere un terzo attore: gli Houston Rockets. Dopo aver esercitato la Player Option per rimanere a Oklahoma (per 27 milioni di buone ragioni), sin da subito si è iniziato a parlare di un possibile scambio per Carmelo Anthony, soprattutto vista la permanenza di Paul George. Il fit tecnico tra Melo e le altre due superstar non ha infatti dato i risultati sperati durante la scorsa stagione e liberare spazio salariale è dunque diventata la priorità per il General Manager dei Thunder, anche in virtù di una Luxury Tax enorme per un gruppo che aveva già dimostrato di non poter puntare al titolo.

In soccorso di Oklahoma sono dunque arrivati gli Atlanta Hawks, ansiosi di liberarsi di Dennis Schroder per lasciare campo e minuti a quel Trae Young pescato nell’ultimo draft e che, nelle intenzioni della franchigia, dovrebbe essere la prima pietra su cui costruire il futuro. Nello scambio vengono coinvolti anche i Philadelphia 76ers che ottengono Mike Muscala (da Atlanta) cedendo il giovane Timothe Luwawu-Cabarrot ai Thunder. A completare il quadro, la prima scelta 2022 (protetta) è invece spettata agli Hawks, insieme a Justin Anderson. Questi ultimi non hanno, però, alcuna intenzione di tenere Carmelo Anthony nel roster ed hanno dunque deciso di tagliarlo, lasciando a Melo la possibilità di scegliere la sua prossima squadra.

Qui entrano in gioco gli Houston Rockets dell’amico Chris Paul. Per sopperire alla partenza di Trevor Ariza, il general manager Daryl Morey ha infatti scelto di affidarsi all’ex stella di Denver e New York per provare a battere Golden State, pur conoscendo le sue debolezze. L’ultima annata ha infatti dimostrato tutti i limiti di quello che, numeri alla mano, è uno dei migliori realizzatori della storia NBA ma che mal si adatta al ruolo di terzo violino della squadra. Con un usage rate minore (22,6% frutto del suo nuovo ruolo da comprimario) Anthony non è stato un tiratore particolarmente efficiente, limitandosi a un 40% dal campo (35,7% da dietro l’arco): la peggiore percentuale sin dal suo ingresso nella Lega nonostante il volume di tiri tentati sia nettamente inferiore rispetto al passato. Visto che lo stesso giocatore non vuole sentir parlare di una sua possibile uscita dalla panchina, la speranza dei Rockets è che riesca a integrarsi meglio con Chris Paul e James Harden rispetto a quanto fatto con Westbrook e George. Considerato il contratto annuale al minimo salariale e l’età che avanza, Carmelo potrebbe rendersi conto che forse si tratta dell’ultima occasione per mettere un anello al dito.

 

Varie ed eventuali

Dwight Howard ai Washington Washington

Sono lontani i tempi in cui Superman dominava la NBA. Complice il mutamento del concetto di numero 5 all’interno del basket contemporaneo, nessuno sembra aver più bisogno del classico centro dominante e a farne le spese è l’intera categoria. Howard ormai da tempo non è più un fattore in grado di spostare gli equilibri, anche se le sue statistiche non sono così terribili (doppia doppia di media garantita). Ciò che non convince è proprio il suo atteggiamento all’interno dello spogliatoio, definito quasi radioattivo da molti addetti ai lavori. Riusciranno Wall e Beal a cambiare il corso degli eventi?

Belinelli ai San Antonio Spurs

Qui entriamo nel campo del romanticismo. Dopo una pessima prima parte di stagione vissuta ad Atlanta, Belinelli è riuscito a rilanciarsi in quel di Philadelphia, ritagliandosi un posto come sesto uomo nelle rotazioni della franchigia e dimostrando di essere ancora un eccellente tiratore da tre punti (38% in stagione). Per quanto la permanenza ai 76ers sembrasse la soluzione più logica, il numero 3 ha scelto di tornare dal suo maestro spirituale Gregg Popovich firmando con i San Antonio Spurs per le prossima due stagioni (12 milioni all’anno). L’ambiente è profondamente cambiato rispetto alla sua prima esperienza in maglia Spurs, ma Belinelli conosce alla perfezione il sistema di gioco dei texani e, complice la partenza di Danny Green, potrebbe ritagliarsi minuti importanti in un contesto comunque competitivo, a differenza delle ultime stagioni a Sacramento, Charlotte e Atlanta.

Belinelli in maglia Spurs con il titolo NBA | Numerosette Magazine
Ed è subito nostalgia.

De Andre Jordan ai Dallas Mavericks

Dopo l’emozionante soap opera andata in scena nel 2015, quest’estate si è concretizzato il passaggio di De Andrè Jordan a Dallas con un contratto annuale da 24 milioni di dollari. Intrigante la possibile intesa tra il centro ex Clippers e le due giovani guardie Dennis Smith Jr. e Luka Doncic per quello che rimane uno dei migliori centri difensivi della NBA.

Tony Parker agli Charlotte Hornets

Altro tassello degli Spurs a lasciare il Texas. Diciassette anni passati in maglia neroargento non si cancellano in un giorno. Per lui pronta una nuova avventura sotto lo sguardo di Michael Jordan e 10 milioni nelle prossime due stagioni.

Isaiah Thomas ai Denver Nuggets

Da possibile MVP romantico a giocatore indesiderato. Questa la parabola di Isaiah Thomas nell’ultimo anno e mezzo. Prima scambiato dai Celtics (a cui è ancora profondamente legato) in cambio di Kyrie Irving, poi ancora fatto fuori da LeBron per provare a migliorare il roster dei Cavaliers, infine lasciato andare dai Lakers. Sedotto e abbandonato. L’infortunio all’anca ne ha certamente limitato l’impatto sul campo e Isaiah è rimasto vittima di uno dei più classici adagi del basket: l’altezza non si insegna. Una guardia così sottodimensionata (175 cm) rappresenta una continua debolezza difensiva, con gli avversari impegnati a metterlo in mezzo a ogni pick&roll per forzare il cambio e sfruttare il mismatch creatosi. Con la sua produzione offensiva in calo, l’unica opzione rimasta sul suo tavolo è stata accasarsi ai Denver Nuggets al minimo salariale NBA: un anno a circa 2 milioni di dollari.

Riuscirà per l’ennesima volta a ribaltare i pronostici in suo favore?

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