Crisi alla corte del Re

Ogni corte che si rispetti, anche la più florida e in salute, attraversa momenti bui, alti e bassi che mettono in discussione quanto costruito fino ad allora. È in questi frangenti che il sovrano deve alzare la voce, facendo pesare ancor più del solito la propria leadership indiscussa. La città di Cleveland, ad una prima occhiata, tutto può sembrare tranne che un regno fiabesco; ma gli appassionati di basket sanno bene che anche l’Ohio ha la sua reggia, la Quicken Loans Arena, e il suo sovrano, sua maestà LeBron James.
Da quando è tornato, dopo la sua campagna di Florida, questo rappresenta per il Re il momento più difficile mai vissuto nella sua corte di Cleveland. La super-trade estiva aveva allontanato dall’Ohio il suo più fido scudiero, Kyrie Irving; diseredato e spedito in breve tempo ai Boston Celtics, qui il prodotto di Duke ha subito messo le basi per un nuovo impero, pronto a togliere alla sua vecchia casata il titolo di campioni della Eastern Conference.
Già perché quest’anno i Cleveland Cavaliers rischiano seriamente di mancare all’appuntamento fisso che da tre stagioni a questa parte li vede protagonisti contro i Golden State Warriors nel mese di giugno: le Finals. Ed a contendergli il posto ci sono proprio Kyrie e compagni, pronti finalmente a tornare grandi per davvero. Ma guai a dare per morto il vecchio sovrano…

Mensis horribilis

Partiamo da un dato di fatto: i Cleveland Cavaliers hanno perso dieci delle ultime tredici partite giocate. La metà delle sconfitte rimediate in stagione (18) sono dunque arrivate soltanto nell’ultimo mese. Tutto è iniziato (e che si tratti di un caso lasciamolo dire agli altri) nel match di Natale contro i Golden State Warriors, perso in casa 99-92. Stesso giorno, ma un anno prima: i Cavs battevano Curry e compagni con un tiro allo scadere del sopracitato ex compagno d’armi di LeBron, ora portabandiera dei Celtics, Kyrie Irving.

This was also for you, Cleveland!

La crisi non è riconducibile semplicemente alla cessione dell’ormai vecchio numero 2, anche perché i maggiori problemi riscontrati da Cleveland nell’ultimo mese sono da imputare alla fase difensiva, e Kyrie non è propriamente un difensore.
I dati, dal canto loro, parlano chiarissimo: i Cavs, quest’anno, sono tra le ultime franchigie per rimbalzi, per stoppate e per palloni rubati a partita. Il dato sui rimbalzi, tra l’altro, peggiora se si considerano, appunto, proprio quelli difensivi.

Emblematica del momento è la sconfitta record di sabato scorso contro Oklahoma, quando Cleveland è collassata sotto i colpi dei Big Three dei Thunder. 148 punti subiti in casa rappresentano una cifra non ammissibile per chi punta, o almeno puntava, a giocarsi le Finals, con la seria intenzione di vincerle. I dati della gara rispecchiano l’andamento dell’ultimo mese, con i Thunder che hanno preso addirittura quasi il doppio dei rimbalzi conquistati dai Cavaliers (52 contro 28).
Assistendo a questo, come agli ultimi match giocati da LeBron e compagni, appare evidente una certa pigrizia, o meglio indolenza, con la quale i Cavs affrontano i momenti della gara in cui il pallone è in mano agli avversari.
Inoltre, in attacco si è persa quella fluidità che aveva caratterizzato in particolare la stagione dell’anello, e che è andata sempre più spegnendosi nell’ultimo anno e mezzo. Le uniche due vittorie del 2018 sono arrivate, per giunta di misura, contro gli Orlando Magic, che ad oggi occupano l’ultimo posto della Eastern Conference.

Il discorso del Re

Non esattamente l’inizio dell’anno nuovo che il Re si era proposto di affrontare. Eppure lui ci aveva provato a dare una scossa all’ambiente: durante una sonora sconfitta in quel di Toronto, subita appena una settimana prima rispetto a quella contro OKC, molto simile per punti subiti (133), aveva strigliato i suoi compagni nel bel mezzo di un time out. Avrebbe potuto farlo negli spogliatoi, lontano dalle telecamere di mezzo mondo, ma ha scelto di mostrarlo a tutti per lanciare un segnale chiarissimo: io ci sono, resto il numero uno, e i miei compagni non devono essere da meno.
I consigli e la grinta del 23, che si è sostituito per un attimo (?) a coach Lue, non sono bastati a Cleveland per vincere quella gara, né per invertire il pessimo trend del 2018.

Tanto per far capire chi comanda a Cleveland.

Il Re, nonostante il brutto periodo della squadra, mantiene comunque una media di quasi 27 punti a partita. I numeri sono sempre stati dalla sua parte e non vorrà di certo interrompere una striscia che lo vede presente alle Finals da sette edizioni consecutive, con tre vittorie e quattro sconfitte. La leadership e l’esperienza di James, messe al servizio dei compagni, sono caratteristiche imprescindibili per un’eventuale ripresa dei Cavs.

Let’s make IT

Ecco la possibile svolta.
L’affinità con Isaiah Thomas, colui che per ruolo e stile di gioco ha sostituito Irving, sta pian piano migliorando.
IT è rientrato solo ad inizio gennaio da un lungo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per circa sei mesi. Durante la sua fase di recupero, LeBron James disse addirittura che stava testando l’inserimento del suo nuovo gregario nel gioco dei Cavs attraverso la Play Station.
L’impatto dell’erede tecnico di Kyrie è stato buono, anche se è ancora presto per vederlo tornare ai livelli di quando, meno di un anno fa, condusse i Boston Celtics al primo posto nella Eastern Conference e poi, nonostante la tragica morte della sorella, alle Conference Finals, perse proprio contro Cleveland. Il ritorno del vero Isaiah, che viaggia comunque a 16 punti di media, rappresenterà un’inevitabile svolta nella stagione dei Cavs.

James e Thomas insieme ai Cleveland Cavaliers | numerosette.eu

Sulla via di Cleveland

Gli altri, a partire da Kevin Love, stanno deludendo le aspettative. È per questo che Cleveland appare molto attiva nelle trade di metà stagione, la cui deadline è prevista per l’8 febbraio. L’obiettivo numero uno sembra essere DeAndre Jordan, che aiuterebbe e non poco la causa dei Cavs in fase difensiva; per quanto riguarda l’attacco, il nome del vice IT, nonostante il reintegro in roster di Derrick Rose, dovrebbe uscire dalla lista composta da George Hill e Lou Williams.

Come avrete capito, almeno fino al fatidico 8 febbraio, la corte sarà in pieno fermento.
La reggia è ormai terra di conquista per i nemici. Il Re è ben intenzionato a far sì che la crisi termini quanto prima, ma non gli basterà un’altra stagione ricca di record personali per risollevare le sorti della sua monarchia. Perché, come disse una volta Kareem Abdul-Jabbar: “L’uomo può essere un elemento fondamentale della squadra, ma un solo uomo non può fare una squadra”.
E, per quanto sia il Re indiscusso, LeBron James resta pur sempre un uomo.

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