Calvario

Dignità è una parola forte, una delle parole che preferisco della lingua italiana. Viene definita dal Treccani come «condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso» Non una definizione facile, di certo. Ma proprio qui risiede il suo fascino.

Dignità è la parola che Sebastiani, presidente del Pescara, ha usato il giorno seguente alla sconfitta per 5-3 col Torino: «Dobbiamo recuperare la dignità» ha detto, alludendo alla prestazione eterea della sua squadra, arrendevole in maniera parossistica, e sintomatica di una situazione che lentamente sta assumendo contorni molto più oscuri di quella di una semplice retrocessione.

Qui un’intervista, molto a caldo, dopo la sconfitta per 6-2 contro la Lazio

 

Facciamo un passo indietro: durante l’elezione presidenziale della FIGC nel 2014, uno dei punti più caldi su cui discutere era quello di una Serie A a 18 squadre sul modello Bundesliga, fortemente voluta da Demetrio Albertini, idealmente appoggiata, nella pratica sempre osteggiata, dall’umorale futuro presidente Tavecchio. La diatriba verteva sulle presunte qualità delle squadre che negli ultimi anni erano riuscite a conquistarsi la presenza nella massima Serie, chiedendosi se ridurre le loro possibilità di promozione sarebbe stato un modo intelligente per risparmiare costi. Sopratutto negli ultimi due anni, società che non eravamo abituati a vedere si sono affacciate con insospettabile scioltezza alla Serie A. Prima Carpi e Frosinone, definite da Lotito come «squadre che non contano un cazzo», poi Crotone. Il Pescara, pur con un’apparizione nella stagione 2012/13, era dal ’91/’92 che non assaggiava la Serie A, sempre per una stagione, e in totale, nella sua storia, ha partecipato sette volte.

Eppur non sembra questo il tanto proclamato “problema” per due motivi: il primo è che, buttando un occhio al passato, da sempre sono state promosse squadre non pronte alla Serie A, poi andate incontro a naufragi clamorosi; il secondo è che, se squadre come Sassuolo o Empoli riescono a tornare o addirittura esordire e affermarsi come due delle migliori medio-piccole del campionato, è chiaro che il problema non è nella storia del club, né nell’appeal o l’abitudine ai grandi palcoscenici.

C’è bisogno di programmazione, di una società pronta a investire le entrate e dare fiducia a un progetto a lungo termine. Tutte caratteristiche che il Pescara, apparentemente, sembrava avere.

Gli abruzzesi non avevano cominciato male il campionato. È ancora fresco il ricordo del pareggio col Napoli, di una squadra veloce e leggera che rischia di vincere coi vice-campioni d’Italia all’esordio, e nonostante alcune batoste iniziali, alla 6° giornata i biancoazzurri erano 15° in campionato (anche grazie ai 3 punti a tavolino col Sassuolo) e potevano permettersi di pareggiare contro il Genoa quarto in classifica, tra le mura nemiche. La rottura del campionato del Pescara, perciò, non è avvenuta in maniera netta come potrebbe pensare un estraneo che non ha seguito il campionato, ma si è perpetrata attraverso il tempo, le cattive prestazioni e la sfortuna, con giocatori sfiduciati, un allenatore che si vede cadere ogni certezza e una società incapace di tracciare la rotta per la salvezza.

Con cinque uomini nell’area avversaria

 

Dal mercato estivo se n’era andato Gianluca Lapadula, il bomber da 30 goal in Serie B, e a sostituirlo erano arrivati Manaj, un primavera alla sua prima esperienza (rientrato a gennaio all’Inter) e Bahebeck, una scommessa neanche giocata visto i continui problemi fisici che gli hanno permesso di giocare appena 7 partite. Oddo, dunque, ha cercato di giocare con Caprari falso nove, esperimento ampiamente fallito visto che il ragazzo ha segnato appena 5 goal e servito 2 soli assist, risultando inadeguato al lavoro di prima punta di una squadra che non è troppo brillante tecnicamente e di goal ne ha bisogno come il pane. Considerando anche la mole di occasioni che i pescaresi riuscivano comunque a costruire. Da qui, a catena, sono nati tutti gli altri problemi, come un domino verso l’ultimo posto. Il Pescara, a oggi, è la squadra che ha subito più goal nei primi sette campionati europei, ma anche quella con la peggior differenza reti.

Oddo aveva anche provato a cambiare l’andamento, dimostrandosi più malleabile di quanto solitamente gli allenatori proattivi tendono a essere. Dalla partita con l’Atalanta aveva schierato i suoi con un 4-1-4-1, poi aveva provato la difesa a 5 contro Juventus, Roma, Napoli e Sassuolo, salvo ritornare al 4-3-2-1 nelle ultime partite della sua permanenza. Ma il problema non stava nel modulo quanto nei giocatori: il Pescara sembrava una squadra assente psicologicamente, fragile e ormai incline agli errori individuali, come mostrato nella partita col Torino anche da Bizzarri, solitamente uno dei più positivi della squadra.

Il Torino non sembra neanche crederci troppo.

 

A gennaio la società, presa da un disperato impeto di cambiare le cose, si è resa protagonista del più classico mercato invernale da zona retrocessione, portando a Pescara: Stendardo (35 anni) Bovo (34) Gilardino (34) Sulley Muntari (seriamente?) Cerri (20) Cubas (20) Kastanos (18) uomini chiaramente non adatti a risollevare le sorti della squadra, anzi, il primo e l’ultimo, schierati titolari contro il Torino, sono stati tolti dal campo nel giro di 45′ a causa delle loro terribili prestazioni, segno che un mercato dettato dalla fretta, operato solo per dare l’impressione di esserci, non può portare da nessuna parte.

Ciò che stupisce, o stupiva fino a poco tempo fa, della situazione in quel di Pescara era la ferrea volontà di Sebastiani di confermare Oddo alla guida, un po’ come una nave che s’affida al suo capitano finché non affonda. In un campionato solitamente famoso per le panchine bollenti, un campionato che ospita Zamparini e che ha ospitato Cellino, la scelta del Pescara sembrava quasi un’anomalia: stare dalla parte dell’allenatore fino alla fine, anche dovesse rappresentare una retrocessione. Ma Oddo, di ciò, non sembrava esserne rinfrancato, ogni settimana le espressioni del pescarese diventano più cupe, conscio del fallimento del progetto a cui credeva e della sfortuna che si accaniva, come qui sotto, al quinto rigore sbagliato su sette tirati, e la sua espressione amare che dice tutto.

Ciò che è più oscuro in questa storia, però, non ha luogo in campo quanto sugli spalti. Gli ultrà del Pescara hanno affrontato squadra e presidente con sempre più insistenza durante la stagione: alla cena di Natale hanno organizzato un blitz per contestarli faccia a faccia, dopo il 6-2 con la Lazio erano apparse scritte offensive a Sebastiani nei pressi dello stadio, ma, sopratutto, quello che ha fatto più clamore sono state le due auto andate a fuoco nel cortile del presidente del Pescara, identificate dalla DIGOS come a carattere doloso. Ai giornali ha dichiarato che a fine stagione potrebbe lasciare la società, e intanto ha dovuto organizzare due incontri con Oddo per decidere di esonerarlo, con un comunicato stampa che sottolinea come «[la società] giunge a malincuore alla decisione di sollevare l’allenatore dalla guida tecnica biancazzurra». Fomentando la drammaticità di un quadro generale che, più che un semplice cammino verso la retrocessione, è sembrato un vero calvario.

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