Assai [1×07] – Educazione Sabauda

L’inizio di un articolo – ma forse un po’ di tutto – è, senza dubbio, la parte più difficile. A volte, però, le coincidenze ti danno una mano indicando una strada nuova. E così Assai arriva alla sua settima edizione ritrovandosi a celebrare proprio il settimo scudetto consecutivo della Juventus.

Se c’è da raccontare l’ennesima vittoria della squadra contemporaneamente più tifata e più odiata d’Italia, gli approcci solitamente sarebbero due: tesserne un’apologia completa volta ad esaltare anche il più piccolo particolare o – per i più malevoli – tentare di vedere crepe anche dove non ce ne sono per incontrare il favore dei detrattori della Signora.

Noi, forse, malevoli lo siamo stati ancor di più, perché abbiamo scelto di elogiare sì il risultato straordinario – nessuno aveva vinto così tante volte di fila un campionato di un livello paragonabile alla Serie A – ma con un pizzico di pepe. L’intento era di cercare una terza via, descrivendo l’incredibile successo sportivo, ma con toni quasi esistenzialisti e una piccolissima venatura polemica. Come fare tutto questo? Semplice, per raccontare la stagione della Juventus abbiamo preso in prestito le parole delle canzoni di Willie Peyote, rapper torinese e, soprattutto, tifoso granata doc. Lui “Educazione Sabauda” c’ha chiamato un disco, noi un’edizione di Assai. Insomma, siamo lì.

Scusaci Willie, ti vogliamo bene assai. E non querelarci.

Rapporti con la stampa

Devo imparare a dire no perché la gente parla a vanvera. E non lo so per quanto ancora reggerò, chi è il prossimo che sale in cattedra? […] Qua hanno tutti una risposta, però qual è la domanda? (Avanvera, Sindrome di Tôret, 2017)

Nel calcio attuale, quello delle telecamere sparse un po’ ovunque per il campo e delle ore di interviste e approfondimenti, la comunicazione degli sportivi è importante quasi quanto le loro prestazioni in campo. Alla Juventus lo sanno, eccome se lo sanno, perciò ogni volta che si esce dai classici binari del politically correct la cosa desta ancora più stupore. E rientra così nel campo dell’assai.

Il primo a essere chiamato in causa è Chiellini, che in un’intervista al Daily Mail si lancia contro il guardiolismo colpevole di aver rovinato i difensori. Sempre il difensore della Nazionale, proprio nell’intervista immediatamente successiva alla vittoria dello scudetto, ha rilasciato dichiarazioni che più che frecciatine erano un vero e proprio esercito di arcieri.

Insieme al difensore pisano troviamo il tecnico livornese – no, non è una barzelletta – Max Allegri che, nella conferenza stampa post-sconfitta con il Napoli, non le manda a dire circa il numero di partite giocate dalla sua squadra. Più interessante è, però, il battibecco con Lele Adani a Sky, che se fosse un duello retorico della seconda sofistica si intitolerebbe “Critica e apologia della tattica”. Addirittura l’allenatore campione d’Italia definisce questa eccessiva attenzione alla tattica come “il male del calcio italiano”.

Non lo sappiamo, Max, se parlano a vanvera, ma finché vinci hai ragione tu.

 

I numeri

Ma ascolta me, qua non è che se hai due numeri fai ambo, stai calmo. (Vilipendio, Sindrome di Tôret, 2017)

Per la Juventus, invece, i numeri più che a un ambo hanno portato al settimo scudetto consecutivo. Il dato più impressionante – oltre al quarto anno in cinque campionati al di sopra dei novanta punti – è rappresentato dai quindici clean sheet su sedici partite nel periodo intercorso tra il 26 novembre e il 17 marzo, con l’unica “macchia” del gol subito dal Verona. Per capire quanto sia stata determinante quest’imbattibilità difensiva durata mesi, basti pensare che prima di essa la Juventus era terza in classifica e aveva concesso più gol di Roma, Napoli e Inter, aveva le stesse reti subite della Lazio e appena una in meno della Sampdoria.

Come sottolineato domenica sera da Allegri, i campionati si vincono con la difesa, vero punto di forza di questo ciclo bianconero. Alle difficoltà d’inizio stagione è seguito, quindi, un ulteriore compattamento che ha permesso alla Juventus di collezionare in quel periodo di tempo 44 punti sui 48 disponibili, 6 in più rispetto al Napoli.

Insomma, la Juventus ha avuto i numeri per stare calma assai.

Douglas Costa

Non riempireste il mondo di altri inutili birilli che in quanto tali cadono. (Don’t panic, Non è il mio genere, il genere umano, 2014)

Sì, perché l’impressione che ha dato spesso era proprio questa. Troppo più veloce, troppo più rapido e troppo più preciso degli altri. Gli avversari, così, sembravano birilli. La Juventus ha trovato in Douglas Costa il campione al quale aggrapparsi nel momento forse più decisivo di tutto il campionato. Già, perché se uno scudetto è simile a una maratona e si vince con ritmo e costanza, è anche vero che alcuni momenti sono più importanti degli altri. Il Brasiliano questo lo sa e dopo una prima metà di stagione che potremmo definire con un eufemismo non esaltante, ha alzato le marce – arrivando a certe che in Italia sembrava avesse solo lui – proprio al momento giusto.

Trasformatosi da pesce fuor d’acqua nello scacchiere tattico di Allegri a trascinatore, Douglas Costa ha avuto la chiara licenza che viene data – soprattutto in un contesto come quello della Juventus – solo ai grandi campioni: quella di improvvisare. A volte ne sono uscite perle, come il gol al Benevento per decidere una partita tutt’altro che scontata.

Birilli gli altri, o lui troppo assai?

Real Madrid 1 – Juventus 3

È sempre brutto pensare: la nostra chance ce la siamo giocata. Dovrei svegliarmi col sorriso: che bella giornata! Dovrei pensare positivo, che bella stronzata! (Che bella giornata, Educazione Sabauda, 2015)

Assai non è bello o brutto. Non ha connotazioni positive o negative, è semplicemente fuori dagli schemi. Come questa partita. Sì, perché se è vero che le cose cambiano in base a come le guardi, allora i novanta minuti e spiccioli di Madrid si lasciano interpretare a seconda del punto di vista. I fan del bicchiere mezzo pieno saranno contenti della prestazione, dell’essere riusciti a vincere in maniera così netta al Santiago Bernabeu – cosa non da tutti – e del miracolo sfiorato. I più disfattisti si concentreranno proprio su quello sfiorato. Come se non bastasse lo spettacolo all’interno del rettangolo di gioco, un post-partita durato giorni e animato dalle polemiche – sappiamo a cosa state pensando, tranquilli che c’arriviamo – ha dato tutta un’altra carica elettrica al match.

In casa Juventus alla fine rimane la delusione per una Champions che rimane l’unica cosa da vincere all’interno di questo ciclo incredibile. Però forse Willie qui ha torto. Forse non è così brutto pensare di essersela giocata assai la propria chance.

Real Madrid – Juventus di Buffon

Non mi hanno mai convinto quelli “vada come vada”, che son quelli che se perdono ***fà gliel’han rubata. Io no, voglio che vinca la mia squadra! (Giudizio Sommario, Educazione Sabauda, 2015)

Ecco, senza cambiare coordinate spazio-temporali e rimanendo in tema esagerazioni targate Juventus, non possiamo non parlare del finale di partita e delle dichiarazioni dopo il triplice fischio di Gigi Buffon. Non serve scendere nei dettagli, la vicenda è nota a tutti tanto da diventare ben presto materiale per meme o per gli sfottò delle altre tifoserie. Non importa entrare nella storia – perlomeno quella recente della Champions – dalla porta sbagliata, dire addio così alle competizioni europee: a Gigi quel rigore non è andato proprio giù e, come d’altra parte ha sempre fatto, non c’ha pensato su due volte prima di far sapere a tutti la sua opinione. Intanto, questioni di sensibilità a parte, la UEFA ha aperto un procedimento contro Buffon che rischia di saltare così la partita d’addio alla Nazionale. Non era certo questa l’uscita dal proscenio che aveva in mente Gigi, che in “Vecchio, ho fatto un sogno” di Willie Peyote diventa addirittura ministro dello sport.

Vuoi vedere che, per una volta, a godere assai è stato proprio Willie?

Inter 2 – Juventus 3

Va bene fai così parla da sola, feticista dell’ultima parola. (Dettagli, Non è il mio genere, il genere umano, 2014)

Alla fine, dopo sette campionati vinti di fila, la sensazione che si ha è proprio quella di un soliloquio dal suono dolce per la Juventus e amaro per tutti gli altri. Il Napoli ha avuto il merito e l’arduo compito di trasformarlo in un botta e risposta fino a tre giornate dalla fine, quando il capitombolo di Firenze e la rimonta bianconera a Milano hanno messo, ancora una volta, l’ultima parola.

Non vogliamo entrare nelle infinite polemiche arbitrali che anche qui ci sono state – non hanno il fascino che spetta ad Assai – ma vogliamo rimanere sull’ottovolante di emozioni del match (di cui abbiamo parlato qui). Dall’uno a zero di Douglas Costa, al pareggio da leader vero di Icardi. Dal 2-1 che sapeva incredibilmente di impresa di un’Inter in dieci uomini, al pareggio fortunoso con deviazione di Skriniar. Fino a quella. L’ultima parola. Higuain e 2-3.

Come durante i litigi con la fidanzata, così i tifosi nerazzurri si sono arresi a lasciare l’ultima parola alla Signora.

Straordinarietà della normalità

Metti che domani vinciamo il campionato, scendiamo tutti in piazza come in un colpo di stato. (Metti che domani, Sindrome di Tôret, 2017)

Sono sempre lì. Questa stagione non credo verrà ricordata come la più incredibile della storia della Juventus. Nonostante i risultati non sono state risparmiate ad Allegri critiche per il gioco e per l’approccio sembrato troppo rinunciatario in alcune partite. Eppure sono sempre lì. Anche quando ti sembrano battibili, quando non sono brillanti come al solito alla fine vincono sempre loro. Forse è proprio quella la loro forza, l’essere straordinari nella normalità, l’essere sempre da Assai.

Ma allora rimane solo da chiedersi quando finirà questo, quando il dominio Juventus finirà. Willie, tu cosa sogni?

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