Assai [1×05] – Le città invisibili

Prefazione

Nel 1972 Italo Calvino pubblica Le città invisibili, il suo romanzo più indecifrabile. Più Assai. Il tutto ruota intorno ai dialoghi tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, al quale il viaggiatore veneziano descrive le città immaginarie  visitate nell’arco della sua vita. Le città del romanzo non sono, però, normali. Ognuna ha una caratteristica che la contraddistingue; ognuna ha un suo paniere di stranezze pronte a colpire il lettore, a farlo perdere. Ogni città è degna di essere ricordata, magari proprio per la sua assurdità.

Il quinto numero di questa nostra rubrica è un viaggio nelle città fantastiche del Regno d’Assai. Toccheremo sette città con le loro particolarità. Pronti a uscire fuori dalle righe del romanzo dello sport.

Paòchia

Iniziai il mio viaggio in una terra non lontana. Appena arrivato la trovai triste, come se conservasse la memoria di una gloria passata non abbastanza remota da essere dimenticata, ma comunque ormai perduta. Tutt’intorno a me era un cimitero di templi; come un gigantesco ossario con colonne di marmo e statue al posto delle carcasse. Stavo per andarmene, non avevo nulla da chiedere a quella regione. Mi fermò, però, una vecchia promettendomi che avrei visto cose inaudite. Le chiesi quanti anni avesse e mi rispose con un lapidario “Assai!” tirandomi nel frattempo per l’orlo della manica per trascinarmi dentro la città. Lì i più anziani le portavano rispetto, dicevano di non poter dimenticare quanto fosse bella da giovane. I giovani però la insultavano, la sbeffeggiavano o, peggio, la ignoravano. Non la chiamavano neanche con il suo nome – Grecia – ma era un continuo di “Vecchia, levati dai piedi!” e spintoni.

Una sera decise di raccontarmi la sua storia, anzi di mostrarmela. Credo mi avesse preso in simpatia. Mi raccontò che in quella regione un tempo si veneravano divinità maestose, eroiche, e che lei era la regina di quella nazione nobile. Tutto cambiò quando venne un nuovo dio, che non si chiudeva nei templi, ma usciva nelle strade, andava dai bambini e dalla gente comune. Era assai più potente così, si faceva chiamare Calcio. Il popolo impazzì. La gente a volte arrivava a uccidere in nome di quel dio, non capendo il suo messaggio. La vecchia mi portò anche a quella che credo fosse una funzione religiosa in un grosso tempio rettangolare per mostrarmi la follia causata dal dio. Decisi di andarmene quando vidi un uomo invocare pietà. Non misi più piede a Paòchia.

Suprania

Rimasi deluso da Paòchia e volevo allontanarmene il più possibile. Lo feci e giunsi in una città dall’altra parte del globo. Era immensa. Non avevo ancora incontrato nessuno dei suoi abitanti, ma capivo non sarebbero stati come me già dalle dimensioni degli oggetti. Le porte erano alte dieci metri, i segnali stradali erano così sopraelevati che non riuscivo a leggerli e le strade così lunghe da non scorgerne la fine. Ogni tanto intravedevo qualche indigeno, erano enormi, ma non minacciosi. O meglio non tutti. Uno di questi mi disse che Suprania era fatta a cerchi concentrici e per poter abitare nel centro bisognava aver dato prova di sé in modo che gli altri ti rispettassero. Al centro di tutto c’era il re di Suprania, un certo Lebrone, ed era lui a decidere chi potesse stargli vicino.

Man mano che avanzavo verso il centro della città vidi che gli abitanti erano assai più temibili, incutevano timore a guardarli. Dopo aver passato un po’ di tempo lì, però,  iniziai ad annoiarmi a non sentir parlare d’altro che di re Lebrone e dei Guerrieri del Ponte D’Oro e della loro sfida continua. Fu così finché un giovane decise che era il momento anche per lui di stare nel cerchio centrale di Suprania, dove pochissimi riuscivano ad entrare. Gli servirono 53 punti, 18 rimbalzi e 5 stoppate – non chiedetemi cosa siano, sono stato lì troppo poco – e il cuore di Suprania fu anche suo. Me ne andai, dovevo continuare il mio viaggio, ma allontanandomi sentivo ancora gli abitanti della città parlare di Anthony Davis.

Oniria

Non mi allontanai molto da Suprania quando giunsi ad Oniria. All’apparenza mi sembrò una città normalissima. Le automobili erano le solite automobili, i negozi vendevano gli stessi prodotti e gli abitanti erano persone molto simili a me. Aveva l’aspetto di una banalissima città occidentale del ventunesimo secolo, con nulla che commenteresti con un assai. Decisi di andarmene, avevo troppo da esplorare per restare in un posto che mi sembrava già visto. Mi convinse a rimanere solo la dicitura che trovai sul cartello d’ingresso della città: “Qui, i sogni sono reali“.

Tornai indietro allora e nel mio girovagare finii in una palestra. Stavano facendo dei test fisici a dei giovani che volevano giocare a football, uno sport molto popolare lì. Un giovane alzò venti volte al bilanciere 100 chili. Normalmente non ci sarebbe nulla di strano, se non fossimo ad Oniria. Il ragazzo, Shaquem Griffin, aveva una sola mano. Andai a parlare con lui e mi disse che era andato ad Oniria come ultima speranza, dopo che tutti gli avevano detto che non ce l’avrebbe fatta a giocare. Si sbagliavano assai, perché superato quel cartello i sogni sono reali.

Nkurunia

Nel mio girovagare non mi resi conto di essere giunto vicino al punto di partenza, Nkurunia è infatti molto vicina a Paòchia. Appena arrivato mi è stato sequestrato il telefono e cancellati tutti i numeri in rubrica. Le guardie all’ingresso della città mi dissero che non mi sarebbe servito nessun altro a parte Lui. Lui era Nkurunziza, che formalmente era il presidente della città, ma in realtà si comportava come un re, ancora più di re Lebrone. Le facciate dei palazzi erano decorate con poster giganti un po’ pacchiani in cui Lui era ritratto nelle pose più strane. Gli abitanti non erano assai contenti della situazione. Quando vedevano me, straniero, pareva che provassero a dirmi con gli occhi di portarli via con me. Non potevo. Lui me l’avrebbe impedito.

La situazione peggiorò quando Nkurunziza, dopo un viaggio a Paòchia, si convertì al dio Calcio come gli abitanti di quella città. Il suo regno allora iniziò ad avere anche il Calcio come dogma; presentò se stesso come fratello della divinità in celebrazioni ufficiali. Durante una di queste fece arrestare Nkezabahizi e Mutuma, che credo fossero due ministri di culto, per i troppi falli contro di lui. Vennero accusati di aver offeso il dio tramite suo fratello. Dal canto mio, fuggii anche da quel posto. Il fondamentalismo per il dio Calcio iniziava a spaventarmi, ma ero destinato a ritrovarlo ancora.

Contraria

Scappai a piedi, ogni mezzo di locomozione mi era stato sequestrato dalle guardie di Nkurunia. Non potevo arrivare lontano, quindi, ma neanche credevo ce ne fosse bisogno. Speravo di trovare una certa sicurezza a Contraria. Mi erano rimasti pochi soldi, è vero, ma me li sarei riusciti a far bastare. Chiesi informazioni su quale fosse l’hotel più economico della città e mi indicarono il più maestoso in assoluto. I senzatetto giravano in fuoriserie, i ricchi manager con i mezzi. La notte le strade erano piene di locali notturni pieni di anziani, di giorno si popolavano di giovani che passavano le giornate a giocare a carte o a fissare i cantieri. Capii subito la particolarità di Contraria.

Dopo una cena di otto portate per soli tre dollari locali, decisi di terminare la serata andando a guardare una partita. Qui lo spirito di Contraria venne fuori al massimo. I tifosi di entrambe le squadre facevano per tutto il tempo il tifo per gli avversari. Addirittura alcuni fedeli del dio Calcio – spero di non incontrarli mai più – fecero invasione di campo e si avventarono contro i giocatori della loro squadra per aggredirli. Non persi tempo. Presi il primo aereo – salvo poi scoprire fosse il mezzo più lento a Contraria – e lasciai la città.

Mogia

Appena giunti a Mogia si viene investiti dall’atmosfera del luogo e non si può non esserne contagiati. Tutti gli abitanti – ma proprio tutti – si portano addosso un costante senso di tristezza, indipendentemente dalla loro vita. Chi guarda da fuori non si riesce a spiegare il perché, ma chiunque rimanga a lungo per Mogia perde inevitabilmente ogni slancio di vitalità.

Addirittura la città è riuscita a smontare il più grande spauracchio del mio viaggio: il dio Calcio. Due ministri di culto assai importanti venuti qui da Paòchia, dopo solo qualche giorno avevano perso la voglia di celebrare, addirittura odiavano farlo. Non ne potevano più. Parlando con loro mi dissero che di storie così ce n’erano tante, anche che coinvolgevano un abitante di Suprania. Gli abitanti di Paòchia ormai li avevano rinnegati e li odiavano; era Mogia la loro nuova casa. Mi pare si chiamassero Mertesacker e André Gomes…

Bianca

Credo di essermi reso conto, ormai alla fine del mio viaggio, di quanto quella del dio Calcio sia l’unica vera religione del mondo. La si trova nei posti più lontani e diversi tra loro, senza nessun legame. Eppure ci sono ovunque degli invasati, pazzi, completamente fuori di testa, pronti a dare prova della loro fede in ogni momento. Inizia a seccarmi assai.

Bianca è l’ultima città del mio viaggio. Si chiama così perché è sempre ricoperta dalla neve. In qualsiasi stagione dell’anno la città non si sfila mai questo mantello delicato, che in estate somiglia più a un leggero scialle a coprire le spalle e in inverno diventa una vera e propria coperta a più strati.

Gli adepti del dio Calcio, però, non si fanno fermare. Anche qui, dove sarebbe lecito votarsi a un altro dio, magari uno che vuole che lo si preghi al chiuso, i suoi fedeli non si arrendono. E così li si vede a spalare, ad alleggerire dal viso di Bianca il peso del suo trucco sempre presente. Ma perché sono così ostinati? Che motivo c’è?

Se glielo chiedi ti dicono che la neve è tanta, ma il Calcio è assai.

 

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