Lo specchio della società è formato da tante piccole sfaccettature di essa: il lato culturale della nostra civiltà sta mutando secondo le nostre abitudini, sempre più dettate dalle dinamiche del nuovo millennio. Cambiano le esigenze, si trasformano le tradizioni e si snatura pure la musica: nel 2017 quest’ultima vive dei fasti che furono, trattenendo le lacrime di nostalgia solamente grazie a quei pochi pionieri rimasti della vecchia generazione. Il fenomeno artistico si sta adattando sempre più ai mezzi di comunicazione che lo trasmettono, perdendone in qualità e storia, garantendo visibilità e un prodotto confezionato su misura per il fruitore.

Pochi giorni fa sono iniziate ad arrivare le prime previsioni riguardanti il concerto di Vasco Rossi al Modena Park: un evento, sommato ai tanti organizzati da vari musicisti nostrani, che deve farci ragionare sullo stato attuale di questa disciplina. La musica.

Vasco pigliatutto

Era il lontano 2005 quando Luciano Ligabue decise di riunire tutti i suoi seguaci in quella che è diventata la cattedrale della sua musica, quel Campovolo così vicino alla sua terra natia e già svezzato musicalmente dagli U2 nove anni prima: le stime per il concerto del rocker di Correggio non furono mai stabilite con certezza, anche se i dati ufficiali parlano di 165.264 paganti – a cui si sommano i 4.479 biglietti omaggio per un totale di 169.743 presenti – e un incasso che ha invece stabilito il record italiano nel 2015, quando l’evento nell’aeroporto di Reggio nell’Emilia è giunto alla sua terza edizione e ha portato nelle casse degli organizzatori sette milioni di euro. Ma il primo Campovolo, fino al 30 giugno, rimarrà il concerto con più spettatori paganti in Europa per un’unica data.

Uno sguardo fuori dal Vecchio Continente e i numeri continuano a far rabbrividire: l’anno era il 1991, i protagonisti gli A-Ha e il loro pubblico, nella splendida cornice del Maracanà che quella sera raccolse 198.000 persone.

Vasco Rossi al Modena Park farà molto di più: manterrà l’egemonia continentale nostrana, si prenderà il trono mondiale. Sgranate gli occhi: 220.000 presenti, più o meno una delle stime ufficiose che girò nei giorni del primo Campovolo di Ligabue. Stavolta saranno ufficiali, per un record mondiale che da questa estate porrà le radici a Zocca. E c’è anche chi è rimasto fuori e chiama a gran voce una seconda data: probabilmente si dovrà accontentare della diretta al cinema.

Campovolo 2005 | numerosette.eu

Un frame del primo Campovolo: quattro i palchi allestiti per l’evento

La vecchia scuola sopravvive

Sono rimasti in pochi a poterselo permettere: Vasco, Liga, Jovanotti, Tiziano Ferro. Poi? Chi è che riempie uno stadio? All’appello risultano in pochi non per i demeriti altrui, perché sulla piazza italiana la qualità non manca – da Caparezza ai Negrita, tanto per svariare sui generi – ma piuttosto è il sistema che sta rovinando i vari processi.

Nell’epoca di Rovazzi, degli youtuber – a cui bastano un po’ di followers per diventare scrittori o cantanti – e dei fenomeni “da una canzone e via”, la vecchia scuola sembra resistere. Quella fatta da vere rock e pop star all’italiana, capaci di riempire gli stadi o dare vita ad eventi su larga scala, portare un pezzo di tricolore all’interno di un palazzetto oltreoceano muovendo comunque migliaia di persone. Smobilitazioni di massa figlie della stima e dell’amore artistico per quel cantante, come se fossero tifosi di una squadra.

Questo filone resiste, sopravvive, non si scompone nonostante rimanga sfiduciato se guarda in avanti: l’età passa e il ricambio non arriva. Una mancanza di alternative che si riflette nel solco creatosi tra la generazione nata negli anni ’80, quella impostasi ad inizio del nuovo millennio e quella che invece sta provando a farsi spazio dopo il 2010. Epoche diverse, esigenze e percorsi diversi: la gavetta non è il talent, le sagre di paese non sono YouTube. E non è un discorso banale, perché un tempo – e tutt’ora chi non passa dal virtuale – si iniziava così. Oggi è tutto più diretto, più in medias res: basta una puntata su xFactor per essere cantanti. I tempi sono cambiati, resiste lo zoccolo duro della musica italiana ma si stanno perdendo le icone di essa.

– “Greta Menchi va a Sanremo”
– “Chi?”
– “Una ragazza, fa la YouTuber”
– “Vedremo come se la caverà tra i giovani”
– “No, fa il giudice”

Una musica sempre più virtuale

Così, mentre Fedez e J-Ax combattono la loro guerra a suon di visualizzazioni – sia da produttori che da artefici diretti – e mosse commerciali argute, l’altro lato della musica cade pian piano in disuso. Ormai le stesse visualizzazioni sono gli spettatori dei concerti dell’attuale epoca. YouTube, Spotify e altre piattaforme sono i nuovi stadi e “pratoni” del futuro, quelli in cui non si aspetta più ore sotto il sole prima di veder uscire fuori la band. Solo che oggi, una volta finito il video o terminata la traccia, si è pronti per il tormentone successivo. Niente trasporto, zero emozioni.

La cultura musicale è cambiata, si è come impigrita e borghesizzata: si è perso forse l’amore per i grandi filoni artistici in questo campo, la voglia di vivere con passione un settore che di questa vive. I mezzi di comunicazione moderni non hanno giovato, bensì hanno reso più statica e meno coinvolgente la creazione di album e testi melodicamente e linguisticamente parlando comparabili a grandi capolavori: internet ed i telefoni, oltre a dotarci della musica in qualunque momento, hanno distrutto le vecchie concezioni dando vita al fenomeno delle hit parade. Precisazione: non che queste prima non ci fossero, ma adesso sono prodotti prestabiliti, prestampati, un copia-incolla di idee e note.

Jovanotti | numerosette.eu

Terminare il concerto sudati, senza maglia, dopo aver dato tutto per i propri fan. Ma cosa ne sapremo tra qualche anno…

Eh già…

Io sono ancora qua, eh già…“, canta Vasco Rossi. Lui e pochi altri, verrebbe da dire. Il Modena Park sarà un record, figlio di una generazione unica che ne ha sostituita una – sempre musicalmente parlando – ancor più prolifica. Ed i nostalgici rimarrano insieme al passato, a cantare ancora come se fossero in mezzo alla gente, in una fredda notte emiliana. Per tutto il resto c’è il futuro?