Agnieszka Radwanska era un’idea diversa

Un disastro. Lo hanno definito così in Polonia, il ritiro dal tennis di Agnieszka Radwanska a soli 29 anni per un problema cronico a un piede che le ha impedito di allenarsi negli ultimi mesi e di giocare ai suoi standard abituali nel corso nell’ultimo anno. Una notizia che non poteva essere accolta in maniera diversa da un paese che, tradizionalmente, dà il meglio di sé, sportivamente parlando, in altre discipline. L’ultima partita è stata al Korea Open contro la Begu, persa 6-4 6-3. L’ultima vittoria contro la Mattek Sand due giorni prima per 6-4 7-5.

Agnieszka Radwanska è indiscutibilmente la più forte giocatrice della storia del paese polacco. Venti titoli WTA, best ranking al n°2 nel 2012 e, soprattutto, un torneo delle WTA Finals nel 2015. Una tennista che ha fatto della classe e del tocco sensibile la sua cifra stilistica. Una raffinata esecutrice la cui sola colpa è stata quella di essere nata nel momento sbagliato della storia del tennis, quando tutte – o quasi – hanno deciso di soppiantare la fantasia per la potenza.

Nata a Cracovia il 6 maggio 1989, Radwanska non ha lasciato un segno solo a livello nazionale. Il suo annuncio ha lasciato un velo di tristezza su tutto il panorama del tennis femminile, che perde una delle sue interpreti più imprevedibili e fantasiosa, capace con un colpo di valere il prezzo del biglietto.

Qualcosa di nuovo e di vecchio

Tra drop shot, back di rovescio – una rarità ormai nella WTA – lob e un atletismo di livello assoluto, Agnieszka ha iniziato presto a farsi notare. A 18 anni diventa la prima polacca a vincere un torneo WTA, a Stoccolma, contro Vera Dusevina con un perentorio 6-1 6-1. Fin da subito mette in mostra una varietà di colpi non banale, che rappresenta una sorta di boccata d’ossigeno dalla omologazione che già all’epoca si cominciava a intravedere, fra incapacità nel gioco a volo e tendenze a gareggiare a chi tira più forte dalla linea di fondo. Aga la maga – soprannome che non ha bisogno di spiegazioni – era diversa. Era qualcosa di nuovo che fluttuava sul campo mostrando che un tennis diverso era pensabile.

Guardandola giocare la immaginavi con la racchetta di legno negli anni 60′ e ’70 e in bianco e nero, quando il tennis era una questione di puro talento e tocco. Nuovo e vintage allo stesso tempo. La sensazione che se fosse vissuta in un’altra epoca avrebbe alzato uno o più Major è tanta. Agnieszka, invece, collezionerà nel corso della carriera molti titoli per il colpo migliore dell’anno, ma mai quello Slam che la sua classe avrebbe meritato e che avversarie più solide – così come una fragilità mentale che spesso divide le fuoriclasse dalle semplice campionesse – le hanno impedito di ottenere.

Wimbledon 2012

Quando si associa Agnieszka Radwanska a un torneo dello Slam viene automatico l’accostamento con il più famoso e affascinante di tutti, Wimbledon. È a Church Road che le gesta della polacca hanno trovato la loro più profonda rappresentazione, e non soltanto per la sua particolare predisposizione alla superficie erbosa. Quel modo di pensare il tennis racchiude l’essenza stessa che sta alla base del gioco sull’erba e della tradizione che Wimbledon porta avanti nonostante il passare dei decenni. È qui che nel 2012 Radwanska andò vicina alla gloria, in quel match contro Serena Williams perso per 6-1 5-7 6-2. Le lacrime versate durante la premiazione nascondevano anche la certezza che fosse solo questione di tempo. Che quella partita sarebbe stata solo un trampolino di lancio per qualcosa di più grande. Come sappiamo, invece, le cose sono andate diversamente con Agnieszka Radwanska che a Londra non riuscirà più a darsi un’altra opportunità.

Singapore 2015

Da stella assoluta a giocatrice tanto bella quanto carente nei momenti più importanti. In tre anni la carriera di Agnieszka Radwanska subisce un forte ridimensionamento. Tanto forte quanta fu la delusione per la sconfitta nella semifinale di Wimbledon nel 2013, quando contro Sabine Lisicki fu estromessa per 9-7 al terzo set da un torneo che ormai pareva già tra le sue mani.  Un andamento che a ogni Slam viene evidenziato, generando frustrazione a chi non si capacita di come un tale concentrato di classe non riesca a fare il salto più atteso. È così anche a Singapore nel 2015, almeno fino alle prime due partite, che Radwanska cede rispettivamente a Sharapova e alla nostra Flavia Pennetta, fresca vincitrice a Flushing Meadows.

Poi qualcosa cambia e la ragazza ormai specializzata a fallire i grandi appuntamenti mette in fila Halep, Muguruza e Kvitova, centrando il più grande trofeo della carriera per 6-2 3-6 6-4. Dietro al diritto affossato a rete dalla tennista ceca non c’è soltanto un torneo: c’è il riscatto e un sollievo. Un riconoscimento che va oltre le parole e che si materializza in un torneo di quelli pesanti. Di quelli che restano nella storia del tennis.

L’eredità sportiva

Lei ha fatto qualcosa di più in Polonia, è riuscita ad avvicinare le persone al tennis e renderlo popolare, soprattutto tra i giovani. Per questo ci mancherà tanto.

Adam Romer

Al di là delle delusioni però il lascito più prezioso che Agnieszka Radwanska ha donato al mondo del tennis femminile è racchiusa in questa dichiarazione, un’ispirazione. L’idea che un altro modo di intendere il gioco sia possibile.

Gli appassionati di tennis ricorderanno Radwanska per aver giocato colpi a cui altri non avrebbero mai pensato, a volte di proposito e a volte reagendo a una situazione insolita. In un’era di tennis bum-bum, Agnieszka Radwanska ha creato così tanto con la sua testa e le sue mani, giocando a tennis sull’onda del momento e lasciando semplicemente che le cose accadessero. Uno dei motivi della popolarità di Radwanska era che i fan potevano rivedersi nel modo in cui lo interpretava. Non aveva un’arma davvero micidiale, non sovrastava le avversarie. Giocare contro di lei era più simile d una morte inflitta con mille stilettate. Fondamentalmente, Agnieszka Radwanska ha praticato un tennis da club a un livello molto alto. Questo non per denigrarla, al contrario. In un periodo di power tennis, lei si è distinta per la sua varietà e il suo modo di colpire.

Martina Navratilova, 18 volte vincitrice di Slam

La domanda che ci dobbiamo porre, ora che Agnieszka Radwanska si è ritirata, è: chi cercherà di spezzare il regime di omologazione fondista in cui la WTA è caduta, per provare a creare immaginazione tra gli appassionati?

 

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