La Regular Season è ormai al termine, ed è ora di stilare i primi verdetti, assegnare i primi premi, mettere i puntini su quelle “i” ormai pronte a essere definite tali. Se per l’MVP sembra ormai essere una corsa a due tra Westbrook e Harden, con il primo favorito, di più sono i pretendenti al riconoscimento di rookie dell’anno con, anche qui, un favorito in particolare.

C’è da dire, a onor del vero e prima di qualsiasi tipo di discorso che, se non fosse fatto di cristallo – se di cristallo si può parlare per un omone di 2 metri e 13 – il vincitore sarebbe stato sicuramente Joel Embiid. Il gigante camerunese, alla stagione d’esordio dopo due anni di calvario, ha tenuto dei numeri importantissimi, benché abbia giocato 25 minuti di media a sera proprio per preservarlo il più possibile dalla sua stessa fragilità. 20.2 punti di media in 25.4 minuti a gara sono moltissimi, per darvi un’idea, ed era dal 2011 che il vincitore del ROTY non segnava così tanto. Allora fu Blake Griffin con 22.5 di media, anche se realizzati in oltre 38 minuti a gara, quasi il doppio di Embiid.
Citandone altri due, Lillard e Irving, al primo anno hanno tenuto una media punti inferiore a Joelone.

Il suo valore è ulteriormente dimostrato dal Player Efficiency Rating, un dato statistico che, tenendo presente diversi parametri, indica il peso specifico di un determinato giocatore. Attualmente, Embiid è terzo tra i centri e 17esimo in tutta la Lega con un PER di 24,10; tra i rookie con un minutaggio superiore a 20 minuti, quello andatogli più vicino è Malcolm Brogdon, con 14,95, in forza ai Milwaukee Bucks. Tutto ciò va amalgamato con delle doti difficilmente calcolabili in tabelle o indici, ovvero la capacità di trascinare i compagni e di ridare speranza ad una franchigia che, negli ultimi anni sembrava aver perso ogni tipo di ambizione.


Purtroppo per lui, le 31 partite e i nemmeno 800 minuti disputati in questa stagione non possono essere sufficienti per ricevere il premio di miglior matricola e allora si aprono diversi scenari.

Una prima riflessione va fatta innanzitutto sulla pochezza dei giocatori proveniente dalla Draft Class 2016, una delle peggiori che si ricordi. Sebbene sia avventato esprimere giudizi su dei ragazzi al loro primo anno tra i pro, un’idea positiva è tuttavia impossibile farsela, soprattutto viste le continue prestazioni negative delle prime scelte. A iniziare dal più atteso di tutti dopo l’infortunio di Ben Simmons, ovvero Brandon Ingram, dipinto a inizio stagione come il possibile nuovo Durant, che ha finito per deludere le (troppe) aspettative che c’erano su di lui, tenendo 9.3 punti di media in circa 29 minuti di gioco a sera. Pochissimo per il suo talento. La sensazione, parlando di lui, è quella di avere tra le mani un diamante ancora da sgrezzare, con la speranza che il suo 2017/18 sia decisamente più positivo.

Non che sfogliando gli altri selezionati al primo giro le cose vadano meglio: lasciando stare Jaylen Brown, Buddy Hield e Marquese Chriss di cui parleremo in seguito, gli altri hanno quasi tutti deluso. Su tutti Dragan Bender, 4ª scelta assoluta che, arrivato a metà tra il nuovo Porzingis e un mezzo mistero, ha finito per essere il secondo, viaggiando a 3.2 punti e 2.2 rimbalzi di media in 13 minuti, giocando poco più della metà delle partite. Enormi le difficoltà del croato, dal poco spazio racimolato in campo, all’infortunio all’anca di febbraio, con un impatto che i dirigenti di Phoenix speravano fosse decisamente diverso.

Non è andata meglio a due giocatori preceduti dal croato alla lotteria: Kriss Dunn, che ha visto il suo talento e la sua visione di gioco accendersi ad intermittenza in quella che è stata forse la vera delusione della stagione, i Minnesota Timberwolves; e Jamal Murray che, atteso da molti, a fronte di qualche buona prova (i 30 punti messi a segno qualche sera fa contro i Pelicans, per esempio), ha fatto registrare molti buchi nell’acqua e i suoi numeri parlano chiaro: 9.7 punti in media in 21 minuti a sera, poco considerato il potenziale.

Al di là di loro, il primo giro del Draft 2016 verrà ricordato per poche cose: il discreto impatto del figlio di Arvydas Sabonis, il sud sudanese Maker che rischia di non poter giocare per il Muslim Ban di Trump, il caloroso benvenuto di Cousins a Giorgos Papagiannis, con il greco che non ha mai visto il campo fino all’addio di Boogie, Yabusele che va a giocare in Cina e il talento di Skal Labissiere che, se fosse rimasto al college un altro anno, sarebbe stato scelto probabilmente tra i top 10 nel prossimo Draft. Ma si vede che era stanco di non guadagnare soldi giocando a livello collegiale.

Parlando invece di quelli che possono avere che una piccola percentuale di possibilità di vincere il ROTY (Saric, Brogdon, Hield, Chriss e Brown) salta all’occhio subito una caratteristica: tra i cinque, i 3 potenziali favoriti sono, rispettivamente, un giocatore scelto nel Draft 2014 e due usciti dal college dopo 4 (Hield) e 5 (Brogdon) anni. Un unicum per questo speciale premio negli ultimi anni, che ben rende l’idea della penuria di talento di giovanissimi in questa classe, dove lo stesso Embiid proviene dal Draft di due stagioni fa. Escluso, di poco, dai primi 5, Willy Hernangomez, una delle poche note positive della travagliata situazione dei New York Knicks.

Difficilmente infatti i due giovincelli del gruppo, Chriss e Brown, avranno qualche chance di ottenere il riconoscimento. Il primo, andato progressivamente in crescendo durante la stagione, si è stabilito su cifre discrete, con 9 punti e 4.2 rimbalzi di media in 21 minuti, non certo esaltante ma decisamente accettabile nella mediocrità di quest’anno. Chriss paga anche la difficilissima annata dei Suns, ultimi nella Western Conference e seconda peggior squadra NBA dopo i Brooklyn Nets.

Brown invece è stato l’unico dei candidati ad essere inserito in un ottimo contesto, quello dei Celtics, frutto della tragicomica trade dei Bostoniani coi Nets di qualche anno fa; anche per questo, benché favorito dalla poca pressione messa addosso ad un rookie in una squadra con diversi ottimi giocatori, il suo ruolo in campo è stato, per forza di cose, marginale, con una media di 17 minuti a notte. Nonostante lo scarso minutaggio, Jaylen è riuscito a ritagliarsi, soprattutto da dopo l’All Star Game, un suo spazio anche in attacco, dove a farla da padrone assoluto è stato, è e sarà ancora per molto Isaiah Thomas. I 6.6 punti di media non rendono giustizia al prodotto di California, soprattutto per quanto fatto da metà febbraio in poi, in cui spesso è stato sopra la doppia cifra nei punti segnati.

Il terzo gradino del podio della corsa al ROTY potrebbe essere occupato da Buddy Hield. Il 23enne nativo delle Bahamas ha vissuto una stagione particolare: se infatti nelle 57 gare giocate con i Pelicans non aveva mostrato grandi doti, il trasferimento a Sacramento ha giovato all’ex alunno di Oklahoma, che ha visto il suo minutaggio alzarsi da 20.4 a 28.4 minuti a partita, con la media punti passata da 8.6 a 14.5, notevole metamorfosi in positivo, nonostante sia passato ad una formazione, in termini di risultati, peggiore. Il totale della sua prima stagione parla di 10.2 punti di media, probabilmente avesse iniziato con i Kings staremmo parlando di una cifra e di un piazzamento per il Rookie Award decisamente differente.

Secondo posto per la vera sorpresa della stagione, Malcolm Brogdon. Scelto alla 36esima scelta, al secondo giro dai Milwaukee Bucks, doveva essere, a 24 anni (di cui 5 passati al college) uno di quei giocatori che in NBA è solo di passaggio; invece si è rivelato una pedina importantissima nello scacchiere di Jason Kidd che, pur facendolo partire spesso dalla panchina, non ha rinunciato mai alla sua nuova arma.

Il classe ’92 viaggia a 10.3 punti e 4.3 rimbalzi, inoltre è stato l’unico debuttante a mettere a segno una tripla doppia, contro i Bulls l’1 gennaio, con 15 punti, 12 assist e 11 rimbalzi. Fondamentale è stato il suo aiuto nella buonissima stagione dei Bucks, che torneranno ai PlayOff dopo un anno di assenza.

Arriviamo quindi alla palma del favorito che spetta al croato dei Philadelphia 76ers Dario Saric. Scelto con la 12esima pick al Draft del 2014, ha esordito in NBA solo quest’anno, dove ha fatto capire subito quali siano le sue qualità, proponendosi prima come buon gregario per Embiid e poi, dopo l’infortunio del camerunese, come trascinatore dei suoi, sebbene i numeri non siano come quelli del compagno. Quasi 13 punti di media e 6.3 rimbalzi alla prima stagione oltreoceano non sono comunque pochi, tenendo conto anche di quello che è riuscito a fare man mano che le partite passavano, tant’è che nelle ultime 10 le sue medie sono state di ben 14.8 punti e 6.5 rimbalzi, sicuramente numeri importanti. Un altro fronte importante è quello delle doppie doppie, ben 10, più di qualsiasi altro esordiente in questa stagione. Certo, nella scorsa stagione Karl-Anthony Towns ne aveva messe a segno 52, ma questi sono dettagli.

Ad ogni modo, il discorso dovrebbe chiudersi a favore di Saric, salvo sorprese dell’ultimo minuto.

Ironia della sorte, si è giocato tutto in casa 76ers: a settembre era favoritissimo Ben Simmons; dopo il suo infortunio e lo sfolgorante inizio di annata, Embiid sembrava avere il premio in tasca, ma un nuovo stop, l’ennesimo per l’africano, ha fatto pendere l’ago della bilancia verso Saric, il meno talentuoso dei tre ma, di sicuro, anche il meno sfortunato.

Staremo a vedere chi vincerà, sperando che il 2017 ci regalerà talenti migliori, anche se, per noi, il rookie migliore della prossima annata sarà, infortuni permettendo, Ben Simmons. Non ce ne vogliano Lonzo Ball e soprattutto suo padre LaVar.