Credo che ogni immagine sia superflua. E l’ho capito mentre stavo scegliendo quella da impostare come copertina di questo articolo, pezzo, o anche appello. Insomma, definitelo attraverso ciò che riuscirà a trasmettervi. Ho cercato umanità e la ricerca mi ha indirizzato su un certo tipo di scelta: o un disegno, o una foto straziante. Già, perché nel 2017 a quanto pare, alla parola umanità corrispondono persone comuni che portano in braccio persone altrettando comuni, di qualsiasi età, prive di vita o in lotta per non perdere quest’ultima. Ed un fotografo che trasporta una bambina chiusa in un sacco, dal quale sporge solamente la testa, nel disperato tentativo di provare l’ultima speranza, non merita parole. Solo il silenzio, ma non nostro, di chi può solamente pensare a rappresaglie del genere, di chi può pensare di togliere il diritto alla vita a qualcuno. Non entriamo nelle dinamiche di guerra. Non parteggiamo per l’una o l’altra fazione. Quello che intendo dire è questo: chi può pensare di togliere la vita ad un bambino o ad una mamma, piuttosto che ad un uomo senza famiglia, solo perché deve dimostrare il proprio potere ad un avversario, punendo però persone che già soffrono per vicende molto più grandi di loro? Ed in tutto questo ho creduto che fosse meglio aprire con una immagine rappresentativa rispetto ad una straziante, lasciando solamente il riposo a chi non c’è più. Soprattutto a chi non c’è più – apparentemente senza motivo – per colpa di altri.

Credo che si possa essere bianchi, neri, cristiani o musulmani. Credo che si possa essere anche non credenti piuttosto che avere il dubbio. Credo che si possano seguire varie ideologie, politiche e non. Credo che si possa essere bambini, donne, uomini o qualsiasi altra sessualità si desideri. Credo che si possano avere i gusti che preferiamo. Credo che si possa essere aperti a tutto. Credo che si debba avere il diritto alla vita, di vivere e di poterlo fare. Soprattutto. Liberamente.

Ho continuato a scrivere questo testo, dando un occhio ogni tanto a quell’immagine trovata inizialmente.

Ripensando così all’attentato sull’isola di Utøya nel 2011, piuttosto che alla strage dell’asilo a Dendermonde nel 2009, prima di quel camion che nel 2016 ha travolto decide di persone a Nizza. Eventi scollegati, uniti però da quella che possiamo definire esclusivamente una follia – negativa – umana. E sottolineo negativa, perché la follia positiva ci ha saputo regalare anche grandi capolavori.

Il mondo è spietato, non riconosce a tutti lo stesso destino. Lo si nota fin da subito, dalle disuguaglianze sociali tra le persone: sono sempre esistite, sono artificiali ma al tempo stesso naturali. Vivere in uno spicchio di Terra avulso dalla brutalità più crudele, al giorno d’oggi, è un privilegio. Come farlo decentemente. Potendo esprimere – e vivere – la propria libertà. In questo spicchio di Terra, però, si rimane a guardare ciò che accade in porzioni così vicine a noi ma così distanti culturalmente ed ideologicamente. Non bisogna criticare gli aspetti religiosi, poiché essi sono spesso travisati, bensì capire come questi siano stati applicati per fomentare odio, violenza e distruzione apparentemente giustificata.

Ed è un discorso molto più ampio, slegato dalle vicende avvenute in Siria. Quelle sono solo l’ultimo atto salito alla ribalta, perché ogni giorno si consumano tragedie nell’anonimato. Quello è solo l’ultimo atto che ci ha colpiti – a causa della sua brutalità e spietatezza – ma basta documentarsi con pochi minuti di attenzione per capire che quello avvenuto a Khan Sheikhun non è il primo attacco chimico. Non della storia, naturalmente, ma bensì della guerra siriana. Ma l’umanità ci ha lasciati ad ogni respiro di una di quelle cinquantotto vittime che in cerca di aria vitale andavano semplicemente incontro alla morte. La globalizzazione ci ha dotato di molteplici mezzi per conoscere gli eventi: in questi giorni ho fatto fatica ad evitare le testimonianze dell’evento siriano, ma ci sono riuscito. Vedere persone che piangono, consapevoli della loro fine ed ignari di quella dei loro cari, è un qualcosa che neanche chi si considera aperto a tutto come me non riesce a sostenere. Non per egoismo, omertà o disinteresse, piuttosto per pudore e rispetto.

Credo che la generalizzazione sia una delle armi più potenti del nuovo millennio. Una sorta di populismo moderno dove è oro colato tutto ciò che sgorga da una sorgente di idee. In questo contesto la colpa, senza ragionare, va data a chi rimane più comodo, facendo di tutta l’erba un fascio, perché vivere con gli stereotipi è molto più semplice e rilassante. Invece no. Credo che al di là di ogni opinione si debba ragionare su ciò che ci circonda, senza però subito arrivare a giudicare, piuttosto ponendoci prima una domanda che spesso sarebbe utile anteporre a qualsiasi concetto espresso mediante i mezzi a noi accessibili, dalla parola fino ai social network: “perché?“. Ho visto persone ridere alla vista in televisione dei migranti sui barconi vicino alle sponde siciliane. E mi sono chiesto (e tutt’ora non smetto di farlo): “perché?“. Ho sentito persone regalare agli interlocutori perle di generalizzazione al grido di “eh, rimandiamoli a casa loro“, senza sapere che, probabilmente, i soggetti dei loro discorsi – perché di ciò si tratta, non certo di ragionamenti – una casa non ce l’hanno più, se mai ce l’avessero avuta. Inoltre, probabilmente non potrebbero raggiungerla, poiché hanno investito tutto in un viaggio della speranza verso una presunta vita migliore oppure nella loro patria c’è un clima sociopolitico inospitale.

C’è chi si permette di deturpare il pianeta per i propri interessi, danneggiando la vita e le possibilità altrui, chi crede di poter giustificare la propria arroganza per sovrastare gli altri. La lista è lunghissima ma bisogna premettere una cosa: nessuno è perfetto, giudicare è un’arte fine che finisce presto per annegare nella presunzione. Solo che in alcune menti la follia – intesa nuovamente in senso negativo – umana non ha confini. La crudeltà umana è estrapolabile fin da alcune tattiche di combattimento: dalla guerra elastica dei russi contro Napoleone, fino all’attacco double tap, quello probabilmente utilizzato in Siria con le armi chimiche, ovvero bombardare i soccorritori che si stanno prendendo cura delle persone rimaste ferite in un primo bombardamento, massimizzando i danni e i morti. Fate voi i vostri conti.

Siamo uomini e viviamo di impulsi, di egoismo, di decisioni: ciò che ci differenzia dagli animali è che essi vivono d’istinto. Noi, al contrario, stiamo in larga parte regredendo e spaccandoci in tre parti: chi osserva senza pensare, chi osserva pensando e, alla fine, nella maggior parte dei casi può fare ben poco, e chi distrugge per interessi. Certo, direte voi, non solo i sentimenti muovono il mondo, gli interessi – soprattutto economici – sono al comando, ma in casi più grandi di noi si dovrebbe porre un limite alla degenerazione che, purtroppo, per cultura o modus operandi non ci è permesso. Ce lo aveva detto Hobbes, pure Rousseau, come è nata la civiltà umana. Il nostro forse è solo un Leviatano mascherato.

Il termine umanità, di per sè, assume un doppio significato: uno riguardante il genere umano, l’altro è un “complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie”. Davanti a gesti di sterminio o di barbara distruzione, è difficile trovare questa differenza, è difficile dare un senso alla parola umanità.

We are only Human, after all. Noi siamo umani, prima di tutto. Ma devo ancora capire se sia un bene o un male.