Non capita tutti giorni di trovarti di fronte, seppur solo dietro ad una mail, una di quelle persone di cui tanto hai sentito parlare e che, inevitabilmente, hai elevato a modello da seguire. 

Michele Plastino è considerato pioniere indiscusso del giornalismo italiano, primo ad aver portato nel bel paese, con la nota trasmissione Football Please, il calcio estero.

La giovane età è spesso un’arma a doppio taglio: ti spinge a muoverti come una persona adulta naturalmente non riuscirebbe, alimentando tutta l’audacia e la forza di volontà che in noi risiede. Al contempo, però, fa si che molti degli avvinimenti storici del passato ci vengano solo da terzi raccontati, facendoci bramare più che mai epoche mai vissute.
Personalmente, sono venuto a conoscenza della sua figura grazie all’ausilio di chi ha fatto in passato e fa tutt’ora, del calcio, una propria ragione di vita,  disperandomi alquanto per non aver vissuto in prima persona quei momenti, quelle trasmissioni che a mio modesto parere hanno inevitabilmente segnato la storia della televisione italiana.  

Se dico Premier League, cosa ti viene in mente? Come ci si sente ad esser un pioniere, a credere per primi in qualcosa che poi sarà in gran misura sulla bocca e negli occhi e nelle orecchie di tutti?  Cosa si prova, invece, ad anticipare di circa 30 anni i tempi, portando in tv un tipo di informazione fino a quel momento forse nemmeno immaginata?

Non può che venirmi in mente Football please. Questo programma rappresenta una pietra miliare del mio lavoro. Precedentemente avevo prodotto un altro format innovativo di trasmissioni aventi come protagonisti i calciatori dell’epoca. Fui il primo, insieme ad un altro produttore che si chiamava Tumbarello, che ora è scomparso. Lui con Caccia al tredici con Rivera e poi Bettega, io con Goleador con Paolo Rossi e Giordano, piu’ altri. Ahimè la maggior parte di loro poi finiti nel calcio scommesse dell’epoca. Decisi cosi di non legarmi più a uomini bensì ad eventi. Non considerai però i poteri forti. Presi il calcio inglese, lo spagnolo, il tedesco e il brasiliano. Ma non mi permisero da semplice giovane imprenditore di continuare, con i prezzi che lievitarono troppo in alto per me.

Football Please, rappresenta, a mio modesto parere, il programma televisivo che ogni aspirante tele giornalista sportivo che si rispetti, deve conoscere. C’è qualche aneddoto particolare riguardo quel periodo, quegli anni, che ti va di raccontarci? Come è stata partorita un’idea del genere?  Qualche episodio in particolare che ricordi con piacere?

Che cosa mi è rimasto? Una grande soddisfazione da pioniere, ma anche tanta frustrazione. Aneddoto: nessuno all’epoca conosceva nulla di nulla di quei campionati, io studiavo attraverso i magazine di quelle nazioni. La prima partita da registrare era Liverpool-Manchester United. Stessi colori e stesse seconde maglie. Invertii le squadre per 10 minuti, poi al goal mi accorsi dell’errore e ricominciai, per fortuna era in differita!

Da tempo hai deciso poi di associare il tuo nome ad una scuola di formazione giornalistica, un laboratorio di idee: Il Piccolo Gruppo, iniziativa che ha portato alla ribalta nazionale esperti del mestiere del calibro di Caressa, Marianella, Piccinini e tanti altri ancora. Ci racconteresti brevemente in cosa consiste questa tua “idea”?

Il piccolo gruppo è nato quasi trenta anni fa: avevo voglia di trasmettere le prime esperienze a quelli ancora piu’ giovani di me in un vero e proprio laboratorio pratico e spero anche culturale. Ancora oggi è ciò a smuovere il progetto. Sperando di dare ancora di piu’, ricevo sempre linfa giovanile che mi dà la benzina necessaria ad andare avanti.

Il calcio attuale, moderno, più nello specifico la Premier League e la Serie A, in cosa differenziano secondo te da quei campionati che iniziasti a raccontare anni a dietro?
E’ secondo te possibile investire ingenti somme di denaro provenienti da parti del mondo sconfinate chissà dove, nel calcio,  senza però snaturare l’essenza di quello che è da sempre lo sport del popolo, che unisce destre e sinistre politiche, filosofie di pensiero totalmente discordanti,  alta borghesia e classe operaia?

Ora il calcio è meno passione, meno sport, tutto pervaso da regole economiche e di immagine. I giocatori appartengono allo star system, ne viene meno l’umanità e quindi il calore del racconto.

Quello a cui molti come me ambiscono, è un mondo pieno zeppo di narratori, umile, al contrario, di chi racconta.
Molti riportano, oggigiorno, con fare informale e distaccato, gesta e imprese in grado di emozionare persino il seguace non ancora svezzato.
Pochi riescono a vivere i fatti, calcistici o meno, quasi come se fossero questioni private, confidate, quest’ultime, a quello che rappresenta e rappresenterà per sempre il loro migliore amico.
Pochi, raccontano.